LORENZO DAVIDICO E LA SUA CHIESA…

Inquisito e spia dell’Inquisizione, confessore di eretici ed eretico, maestro di devozione

implicato in strategie poliziesche dei poteri romani: la condizione di Lorenzo Davidico,

seppur singolarissima, è indicativa degli aspetti (per altro immutati..) torbidi e intricati

che realtà di quei tempi di lotta senza quartiere poteva assumere. 

Ma il suo caso non dovette essere isolato.

Il rapido corso delle cose, nel giro di un decennio, poteva trasformare i simpatizzanti

delle nuove idee in testimoni d’accusa e perfino in delatori: moralità, solidarietà ma

anche sacramenti e istituzioni non venivano risparmiati. 

La confessione sacramentale veniva vista come uno strumento fra gli altri per mettere 

alle strette eretici. 

Il clima che emerge dai documenti inquisitoriali di quegli anni è di incertezza, paura.

La stagione liturgica del ‘perdono’ pasquale si rovescia nel suo contrario, con uno 

scatenamento di denunzie e di processi. Un popolo cristiano che discute e si interroga

sul significato e sul valore della confessione è costretto a piegarsi a pratiche complesse

e preoccupanti, da cui dipende non più solo la liberazione della propria coscienza ma 

la sicurezza della vita e della libertà personale. 

Un esempio storico dei fatti sopra detti.

A Siena l’orefice Angelo di Lorenzo, detto ‘il Riccio’, denunziò nel 1569 un lavorante 

della sua bottega, un certo Vivaldo, fiammingo di origine: non lo fece in confessione 

ma prima di confessarsi. La denunzia fu presentata il 10 febbraio: tempo di quaresima

e di confessioni. 

La sottoscrissero insieme il Riccio e un suo lavorante, Michele Greco. 

All’inquisitore raccontarono che erano andati a confessarsi e avevano detto al confessore

di conoscere ‘uno che poco teme Idio et mancho osserva le cose della Chiesa’; il confessore

non li aveva voluti assolvere ‘se non vengano a rivelarlo al Santissimo Officio’. 

Una storia lineare, a stare a questo racconto: una perfetta messa in esecuzione del disegno

concepito da quel ‘santissimo Officio’.

Ma le cose erano andate diversamente, come poi il Riccio raccontò al tribunale quando 

fu chiamato a confermare la denunzia. 

Vale la pena seguire il suo racconto: vi si trova la descrizione degli effetti del decreto del

Sant’Uffizio sulle strategie individuali e sui vincoli di un AMBIENTE CITTADINO E DI 

UN MONDO DI ARTIGIANI.

Il Riccio conosceva bene Vivaldo, perché lo teneva a pensione in casa sua. Lo vedeva 

mangiare carne nei giorni di astinenza; vedeva che non andava a messa. Erano segni 

chiari delle sue idee. Per di più, di quelle idee si discuteva liberamente in casa:

Vivaldo, parlando con la moglie dell’orefice, esponeva francamente le sue opinioni

ostili alla messa e all’adorazione dell’ostia consacrata. 

Ma tutto questo non sembra aver creato al Riccio alcun problema fino al giorno in 

cui seppe dell’ordine di denunziare in confessione i sospetti di eresia. 

Lo seppe nella stagione delle confessioni, in quaresima; ne sentì ‘ragionare da diverse

persone’. Dicevano ‘che nessuno poteva essere assoluto che havesse praticato o

sapesse chi fusse sospetto di heresia’; dicevano cose anche più preoccupanti: che, a 

non denunziare l’eretico o il sospetto, si correva il rischio di subire la stessa sua pena

il giorno in cui la cosa fosse saltata fuori in altro modo. 

Il Riccio non si contentò dei discorsi della gente, ma volle sincerarsi di persona.

Andò al convento francescano dell’Osservanza, a parlare con un frate, un tipo ‘piccoletto

et allegro’, che confermò le voci: ‘mi disse che, essendo preso detto Vivaldo e si fusse

scoperto, che io saria corso nella medesima pena per haverlo tenuto in casa mia’.

Emerge da questo che il frate, confessore potenziale, si era fatto dire tutto, anche il nome 

dell’eretico: e questo poté forse alimentare l’inchiesta sui fiamminghi a Siena che 

già era avviata su altre basi. 

Dopo questa mezza denunzia, il Riccio, che voleva essere proprio sicuro del fatto suo,

andò a parlare ancora con un prete del Duomo di Siena e con un ‘teatino’ (forse un gesuita?).

La risposta era sempre la stessa.

A questo punto, il Riccio si decise: andò all’Inquisizione, insieme al suo lavorante Michele,

e fece regolare denunzia. Poi andò finalmente a confessarsi: e al frate, che subito lo 

‘esortò’ a denunziare Vivaldo, poté rispondere che già lo aveva fatto: il frate, non 

contento, ‘quasi glie ne chiedeva la fede per esser sicuro di posserlo assolvere’.

E così Vivaldo fu arrestato e, per ordine del Sant’Uffizio da Roma, gli fu dato 

‘di buona corda’.

Dalla sua deposizione, emerse un altro aspetto di quella confessione, riformata dall’intervento

inquisitoriale. Vivaldo dichiarò all’inquisitore di Siena che si era confessato, sì, ma lo

aveva fatto per nascondere i risvolti segreti della sua vita, il modo in cui era diventato

seguace delle idee calviniste pur mantenendo in apparenza comportamenti cattolici:

” Mi son confessato per non dar ad intendere che io fussi lutherano….e mi son comunicato

per mostrar che io ero buon christiano”.

La confessione, innestata sul tronco di un SISTEMA POLIZESCO e trasportata sul banco

del tribunale come prova a discarico, mutava natura. Diventava ESIBIZIONE RITUALE,

prova di conformità e dunque atto di CONFORMISMO. 

E quello che Vivaldo diceva di se stesso – di essersi confessato per ingannare le autorità –

altri lo sospettarono e lo dissero di amici e di vicini.

La pianta del sospetto cresceva vigorosa sulla ambiguità di segno introdotta nella pratica 

dei sacramenti; e trovava alimento nella rottura dei vincoli sociali prodotta da quella 

alterazione della confessione dei peccati. 

L’orefice fiammingo Vivaldo, quando si era visto scoperto, aveva pensato a un tradimento

di un suo amico e compagno di mestiere, Alessandro. Incontrandolo in piazza del campo

a Siena, ‘alla bocca di san Martino’, lo aveva investito con violenza:” Quando si va a 

confessar, si confessano e’ peccati suoi e non quelli di altri”.

Era un’idea della confessione sulla quale Bartolomeo da Medina si sarebbe detto daccordo.

Ma quell’idea, che pure era ufficialmente sostenuta nella letteratura per i confessori, era

completamente superata e stravolta dall’intervento dell’Inquisizione. 

Di fatto, la confessione era diventata il luogo delle delazioni e delle denunzie segrete. 

Chi si rifiutava di prestarsi a quell’uso, pagava di persona. 

Alessandro non aveva tradito l’amico; anzi, ‘per non revelar’, non era stato assolto e non si 

era potuto comunicare. Era una gran prova di amicizia e quella sera i due festeggiarono la

fiducia ritrovata con UNA CENA ALL’ OSTERIA. 

Ma dovevano pagar cara quella cena: di lì a poco, si ritrovarono tutt’e due davanti agli 

aguzzini dell’Inquisizione.

(A. Prosperi, Tribunali della coscienza)

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LORENZO DAVIDICO E LA SUA CHIESA…ultima modifica: 2010-08-23T13:50:00+00:00da giuliano106
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