PEDALANDO SUL MAR BALTICO GHIACCIATO (6)

…Cenando a un piccolo albergo                                     foca1.jpg 

ebbi l’occasione di

trovarmi a tavola

di fronte a un

simpatico giovane,

biondo e

paccherotto,

uno studente tedesco

che parlava abbastanza

bene il francese.

Che piacere poter

scambiare in una lingua

che conoscevo anch’io

una chiacchierata dopo

tanto tempo di quasi assoluto silenzio! Pensate che i miei compagni fonditori non parlavano fra

loro neppure il tedesco, ma un dialettaccio detto ‘platt’, incomprensibile per me quanto il

chinese. Il mio tedesco era venuto a Lubecca anche lui per vedere la gelata del mare e

l’indomani mattina, mi disse, sarebbe andato a Travemunde con una bicicletta presa a nolo.

Idea ottima, era una fortuna, perché avrei fatto altrettando anch’io accompagnandomi a

lui. Così andammo subito a cercare un noleggio e trovammo tosto le macchine di quel

tempo.

Non ridete: 20 chili di peso e gomme tubolari.

Voi sapete forse sì e forse no cosa siano le tubolari. Le gomme pneumatiche, così confortevoli

per la loro elasticità, sono venute solo dopo quelle più piccole, formate da un anello di

gomma pittosto spessa, con un foro del diametro di 2 cm. nel mezzo, in guisa di anima

vuota, per dar loro un po’ di elasticità. Queste gomme non si sgonfiano coi chiodi,

ma in compenso ammaccavano per bene in giù dalla schiena.

La strada gelata, con ormaie profonde e dure come roccia, per fortuna quasi senza neve,

mise a prova i nostri garretti. Quei 23 km. furono un record di equilibrio e di pazienza,

ma non certo di velocità, vi mettemmo forse un’ora e mezza. Non c’è niente da ridere:

il cammino era pessimo ed anche non bisognava sconquassare le macchine che ci erano

state concesse solo contro una garanzia in buoni marchi. Avevamo lunga strada fatta una

gran mangiata di un delizioso pane ancora caldo, appena sfornato: il mio tedescone vi

aveva già bevuto su un krug di birra con due wursten aggiungendovi, come giaculatoria

di soddisfazione: Ach Gott, ja!

E’ incredibile la massa di roba che ingurgitano i tedeschi. Noi italiani -ditelo pure a fronte

alta a inglesi, francesi e tedeschi senza paura di smentita – noi italiani siamo molto più

parchi.

Tosto arrivammo al porto e al mare.                             lupo.jpg

La prima impressione fu un

po’ così così.

Il mare ghiacciato non è

punto maestoso.

Ha l’aria casalinga di una

gran distesa di campagna

senz’alberi, coperta di neve

sfatta e poi ricongelata.

Nessun candore, nessun

scintillio.

Una pianura grigiastra,

monotona, senza grandiosità,

che si perdeva in distanza nelle brume.

All’orizzonte rompeva il cerchio un filo di fumo, come se un accampamento disperso vi fosse

un fuoco acceso. A pochi passi dal porto si alzava la torre rotonda di un piccolo faro con

la lanterna a cupola sopra un terrazzo. Salimmo: il fanalista ci diede un cannocchiale.

Guardammo il fumo.

Oh, sorpresa! Era di un piroscafo – e lo seppi dopo – russo, carico di grano, in rotta forse

per l’Inghilterra, arrestato dall’improvvisa gelata e che ora si sforzava, nel modo che vi

racconterò più avanti, di riparare nel piccolo porto di Travemunde, ove sarebbe stato

obbligato a rimanere fino a primavera.

…..Fatta la provvista di cibarie scendemmo alla spiaggia, attraversammo in qualche modo,

macchina a mano, i primi 20 metri di ghiaccio disordinato, poi in sella.

Non era poi il diavolo, perbacco!

Si camminava adagio, è vero, ad un passetto di 8 km. all’ora, ma sicuri e trionfanti su una

superficie non molto diversa, in fondo, da quella di un campo di neve sciolta dal sole e

rigelata di notte. E tuttavia l’emozione nostra era grande. Avevamo sotto bensì un pavimento

che non sembrava preoccuparsi del nostro peso, ma a noi pareva di essere così insignificanti.

Insomma, si andava avanti                 volpe3.jpg

senza sprofondare.

Il giovane tedescone

sbocconcellava del pane

addentando di tanto in

tanto una salsiccia e

brontolava con una sorta

di allegria concentrata:

Ach Gott, ja;

ach Gott, ja!

Ma, dopo 3 o 4 km.,

quando già ci pareva

di dover vedere

il vapore di momento

in momento, le cose

cambiarono malamente.

La superficie del mare si fece tutta rugosa di piccole conche profonde 8-10 centimetri,

larghe 30 o 40, come certi nevai alpini alla fine d’estate. Con miracoli d’equilibrio si

poteva restare in sella, ma la ruota davanti o quella di dietro sdrucciolavano di continuo

a destra o a sinistra sul fondo della concavità.

Ach Gott, nein! espettorava quasi con violenza il mio tedesco che non poteva più rosicchiare

a sua posta. Ma tenevamo duro tutti e due. Benedette le biciclette pesanti e forti: che

strappi ai manubri! Però guai a fermarsi, non era facile rimettersi in sella.

Quel tratto di mare si era probabilmente congelato prima di acquetarsi del tutto, e mi

faceva pensare con sospetto a come sarebbe stato più avanti.

Più avanti s’incominciò invece ad andar benino……

(Luigi Vittorio Bertarelli, Insoliti viaggi)

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PEDALANDO SUL MAR BALTICO GHIACCIATO (6)ultima modifica: 2010-10-19T21:00:00+00:00da giuliano106
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