1446 DA FIRENZE A BRUGES: LA STRADA DELLA BANCA (3)

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Al momento, nella pianura                                                italia.jpg

umida d’acque, sotto un

cielo azzurro verso cui

salivano dai comignoli

solo fiumi di legna, si

alzavano sopra i tetti

le muraglie del duomo

eternamente in

costruzione.

Anche le campagne di

Novara, terra viscontea,

ricorderanno al

Commynes

le Fiandre:

fossi profondi ai due lati della strada, gran fango d’inverno, polvere d’estate. Fra l’altro,

è in quegli anni che si cominciava a coltivare il riso in Lombardia. A Vercelli si entrava

nelle terre del duca di Savoia. Francesco Janis dice che nelle osterie si vende vino, bianco

o rosso di ‘dolce sapor’: viene da Monferrato.

Tra Firenze e Bruges vi sono quasi otto gradi di latitudine. E’ un viaggio dal Mediterraneo

all’Europa settentrionale con tutto quello che significa. Qui d’estate le giornate sono più

lunghe e i crepuscoli più lenti, d’inverno sono più lunghe le notti; il sole è meno intenso,

il cielo più frequentemente opaco. Da una parte sempre un panorama raccolto di colli,

con fruscianti ulivi e i cipressi lungo i sentieri, i colori intensi; dall’altra i colori sono più

morbidi, gli orizzonti più vasti, ma smorti e spesso inafferrabili per le brume. E’ facile

supporre queste o analoghe sensazioni seguendo il cavallo di Gerozzo. Più difficile 

ritrovarsi nella sua geografia politica. Per noi l’itinerario significa percorrere Italia,

Svizzera, Francia, Belgio. L’Italia e il Belgio non esistevano in quanto entità politiche,

la parte di Svizzera che si percorre non era ancora Svizzera, la parte di Francia non

era del tutto Francia. Da Vercelli sino a Bruges si viaggiava per due formazioni del

tutto singolari: gli stati sabaudi e quelli borgognoni. Il ducato sabaudo – i Savoia 

erano duchi dal 1416 per concessione dell’imperatore Sigismondo – era una bizzarra

costruzione dinastica feudale, in quel momento al suo vertice: un insieme di terre

non particolarmente pingui, fitte di castelli annidati in impervie vallate e di un 

numero limitato di centri urbani, comunali, poco popolosi. Si estendeva sui due

versanti delle Alpi tra il mare e il lago di Neuchatel, da Vercelli fino a poca distanza

da Lione e dal corso della Saona. 

Al valico transalpino si saliva da Aosta, sempre racchiusa nel suo perimetro romano.

Alcune famiglie di nobili                                   sanbernardo6.jpg

impossessatesi delle 

mura romane vi 

avevano frammischiato 

le torri dei loro

castelli. Il colle       

del Gran San Bernardo

(m 2473) è coperto di

neve nove mesi l’anno;

l’ospizio del valico nel

vallone aspro e desolato –

quattrocento anni prima

l’aveva fondato un

arcidiacono della

chiesa aostana,

Bernardo di Mentone,

da poco la zona

era stata                                                              sanbernardo4.jpg

ripulita dai saraceni

– era il più alto lungo il

percorso ma non l’unico.

La strada non era facile,

ma Amedeo VIII vi aveva

fatto passare le artiglierie,

persino in dicembre (1434).

I giovani del villaggio di

Saint-Rhemy, annidato in una

gola dieci chilometri prima e ottocento metri sotto il passo, avevano sostituito l’obbligo

feudale di prendere le armi con quello di tener sgombra la strada dalla neve e di

provvedere alla sicurezza dei viaggiatori.

Nella valle del Rodano (il Valais), in cui si scendeva, sul versante sinistro, nell’ombra

di rocce a picco, si incontrava l’abbazia di Saint-Maurice d’Agaune. Ricordava Maurizio

e i suoi commilitoni della legione tebana, cristiani martirizzati undici secoli prima, e

possedeva già il suo prezioso tesoro: cofani reliquari di argento sbalzato o d’oro e

smalti, l’acquamanile orientale di Carlomagno e la teca con una spina della corona del

Cristo deriso, donata da san Luigi.

Sul lago di Ginevra si poteva proseguire per acqua o contornarne le rive, quella di vigne

al sole del paese di Vaud o quella di fronte del Chablais. Dominavano le rive grigi castelli,

Chillon e Morges da un lato, Evian e Thonon dall’altro. Erano alcuni di quelli per i

quali girovagavano perennemente i Savoia, che si muovevano per loro terre, portandosi

dietro utensili e arredi, perché le dimore erano alquanto spoglie; letti e altri mobili spesso

dovevano essere graziosamente dati in prestito dai sudditi ai principi e al seguito.

Ginevra, tra il lago, il Rodano e l’Arve, con lo scintillio dei ghiacci e l’aria fredda del

Monte Bianco, era città di sovranità vescovile, comune di borghesia attiva, ostinata

a difendere le sue libertà. La sua importanza economica più che per i commerci di

panni, formaggi, spezie e sale, i prodotti dei conciatori, pelletterie e orefici, veniva

dalla posizione all’incrocio delle vie dall’Italia alla Fiandra e dalla Germania meridionale

alla Spagna; forse ancor più dalle quattro fiere, per l’Epifania, la Pasqua, San Pietro in

vincoli e Ognisanti: vi convenivano uomini di affari di ogni parte d’Europa, erano il

mercato delle lettere di cambio, il principale strumento, allora, del credito, in 

sostanza la camera di compensazione della finanza internazionale. 

(L. Camusso,Guida ai Viaggi nell’Europa del 1492)

Da http://giulianolazzari.splinder.com

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1446 DA FIRENZE A BRUGES: LA STRADA DELLA BANCA (3)ultima modifica: 2010-11-13T18:00:00+00:00da giuliano106
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