LA CACCIA (4)

E così attraverso le serene tranquillità del mare, fra onde i cui applausi

erano sospesi per l’estasi estrema, Moby Dick proseguiva, ancora celando

alla vista la pienezza dei terrori del tronco sommerso, nascondendo per

intero il tristo orrore della sua mascella.

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Ma presto la parte anteriore emerse lentamente dall’acqua; per un’attimo

tutto qunto il corpo marmoreo formò un grande arco come quello del ponte

naturale della Virginia, e ondeggiando ammonitrice la coda nell’aria come una

bandiera, il grande Dio si rivelò, si tuffò e sparì. Smettendo di volare e scivolando

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d’ala, i bianchi uccelli marini indugiarono bramosi sullo specchio d’acqua agitato

che esso lasciò. Con i remi alzati e le pagaie abbassate, le scotte delle vele alla

deriva, le tre lance galleggiavano calme, in attesa che Moby Dick riapparisse.

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– Un’ora, disse Achab, piantato a poppa della sua lancia, e gettò lo sguardo

oltre il luogo della balena verso i foschi spazi azzurri e gli ampi vuoti affascinanti,

a sottovento. Fu solo un istante, poiché nuovamente gli occhi parvero girarglisi

nel capo, come una vertigine, mentre sfiorava con lo sguardo il cerchio dell’

acqua.

La brezza ora si levava, e il mare cominciò a ingrossare.

– Gli uccelli! Gli uccelli!, gridò Tashtego.

In lunga fila indiana, come quando gli aironi prendono il volo, i bianchi uccelli

volano ora tutti verso la lancia di Achab, e quando furono a distanza di pochi

metri, cominciarono a sbattere le ali sull’acqua lì intorno, roteando tutto in

giro, con grida gioiose, d’attesa.

La loro vista era più acuta di quella dell’uomo:

‘Achab non poteva scorgere più nel mare alcun segno’.

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Ma a un tratto, mentre scrutava sempre più in fondo, negli abissi, vide laggiù

una bianca macchia vivente, non più grande di una donnola bianca che saliva

con una prodigiosa velocità, e salendo cresceva, finché si voltò e allora si

rivelarono due lunghe file sbieche di denti bianchi e brillanti, che venivano

su fluttuando dal fondo impenetrabile. Era la bocca aperta di Moby Dick e

la sua curva mascella, mentre la massa smisurata era ancora celata dall’

ombra quasi confusa con l’azzurro del mare. La bocca lucente si spalancò

sotto la lancia come una tomba marmorea aperta, e con un colpo di fianco

del remo da governo Achab allontanò l’imbarcazione da questa apparizione

tremenda. Poi, chiamando Fedallah perché scambiasse con lui il proprio

posto, andò avanti a prua e, afferrato il rampone di Perth, ordinò all’

equipaggio di agguantare i remi e star pronti ad arretrare.

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Ora, per via di questo tempestivo girare della lancia su se stessa, la prua

fu condotta in anticipo a fronteggiare la testa della balena, mentre questa

era ancora sott’acqua. Ma come se avesse avvertito lo stratagemma,

Moby Dick, con quella malvagia intelligenza che le si attribuiva, si trasportò

di fianco, per dir così, in un baleno, lasciando per il lungo sotto la lancia

la sua testa. Dappertutto, per ogni tavola e ogni costura, l’imbarcazione

per un momento fremette, e la balena, distesa obliquamente sulla schiena

come un pescecane che sta per mordere, lentamente a tastoni prese tutta

la prua in bocca, cosicché la lunga, stretta mascella ricurva si drizzò alta

nell’aria, e un dente si infilò in uno scalmo.

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L’azzurrino perlaceo dell’interno della mascella stava a meno di sei pollici

dal capo di Achab, e andava anche più in alto. In questa attitudine, la Balena

Bianca scosse ora il cedro leggero, come un gatto morbidatamente crudele

il suo topo. Con gli occhi impassibili Fedallah guardò e incrociò le braccia;

ma gli uomini dell’equipaggio giallo-tigrato ruzzolarono gli uni sulla testa

degli altri, per raggiungere l’estremità della poppa.

E ora, mentre entrambi gli elastici parabordi balzavano avanti e indietro, e

la balena si trastullava con la lancia condannata in questa maniera diabolica,

dato che, avendo il corpo sommerso sotto l’imbarcazione, non poteva essere

colpita da prua, perché la prua quasi l’aveva dentro, per dir così, e mentre

le altre lance si fermavano senza volerlo, come dinanzi ad una rapida crisi

cui sia impossibile opporsi, fu allora che il pazzo Achab, inferocito per questa

torturante vicinanza del nemico, che lo poneva, vivo e impotente, proprio

dentro quella mandibola che egli odiava, fu allora che Achab, in delirio per

tutto questo, afferrò con tutt’e due le mani nude il lungo osso, e come un

fosennato cercò di strapparne la presa.

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Ora, mentre così si accaniva invano, la mandibola gli sfuggì, i fragili parabordi

si piegarono in dentro, ricaddero e si ruppero, mentre le due mandibole, come

cesoie, insinuandosi ancora più verso poppa, divisero il legno perfettamente

in due, e si richiusero ermeticamente in mare, esattamente in mezzo ai due

relitti fluttuanti.

(Melville, Moby Dick)

…..Puoi aiutare se vuoi contro la ferocia del baleniere (giapponese e non)

Achab, in tutti i mari della vita, dove la natura è sempre presente e

viva, contro la falsità, l’ingordigia, l’inganno e la meschina ottosità di

ogni nave da lui comandata, …tutte le specie ‘animali’ (e non) in via di estinzione….

Segnalo una valida associazione…

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LA CACCIA (4)ultima modifica: 2010-12-14T08:30:00+00:00da giuliano106
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