L’UOMO E LA NATURA (6)

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Per la maggior parte degli esseri umani, specie quelli che vivono nelle moderne

comunità urbane e suburbane, la più diretta forma di contatto con gli animali

non umani si verifica all’ora dei pasti: noi li mangiamo.

Questo semplice fatto costituisce la chiave del nostro atteggiamento verso gli

animali, e anche la chiave di ciò che ciascuno di noi può fare per cambiare tale

atteggiamento. L’uso e l’abuso degli animali allevati a scopo alimentare supera

di gran lunga, per numero totale di animali interessati, ogni altro tipo di

maltrattamento. Più di cento milioni di bovini, suini e ovini sono allevati e

macellati ogni anno solo negli Stati Uniti; e per il pollame si raggiunge

l’impressionante cifra di cinque miliardi. E’ qui, sulla nostra tavola da pranzo

e nel supermercato o  nella macelleria sotto casa, che entriamo direttamente

in contatto con il più esteso sfruttamento delle altre specie che mai sia esistito.

In generale, noi ignoriamo l’abuso di creature viventi che sta dietro a ciò che

mangiamo. L’acquisto di cibo in un negozio o in un ristorante è il culmine di

un lungo processo di cui ogni parte, a eccezione del prodotto finale, viene

accuratamente celata ai nostri occhi. La carne e il pollo che scopriamo sono

imballati in linde confezioni di plastica, e difficilmente sanguinano.

Non c’è ragione di associare tali involti a un animale vivo, che respira, cammina,

soffre. Gli stessi termini che utilizziamo ne nascondono l’origine: noi mangiamo

non bulls (tori) o cows (mucche) ma beef; non pigs (maiali) ma pork.

Il termine meat è in se stesso ingannevole. Originariamente indicava qualsiasi

cibo solido, non necessariamente la carne degli animali. Tale uso del vocabolo

permane in un’espressione come nut meat (polpa di noce) che sembra implicare

un’imitazione di flesh meat (polpa di carne), ma in effetti ha altrettanto diritto

di chiamarsi meat a titolo proprio. Usando il più generico meat noi esitiamo ad

affrontare il fatto che ciò che stiamo mangiando è in realtà FLESH.

Questi camuffamenti verbali rappresentano semplicemente lo strato superficiale

di una ben più profonda ignoranza sull’origine del nostro cibo. Si pensi alle

immagini evocate dalla parola ‘fattoria’: una casa; una stalla; una frotta di galline

che razzolano nel cortile, sorvegliate da un gallo impettito; una mandria di

mucche ricondotte dai campi per la mungitura; e forse una scrofa che grufola

nel frutteto, con una nidiata di maialini che le corrono dietro squittendo

allegramente.

Pochissime fattorie sono mai state idilliache quanto la tradizionale oleografia vorrebbe

farci credere. Noi continuiamo tuttavia a immaginarcela come luoghi ameni, lontani

dalla vita attiva e tesa al profitto che conduciamo in città. Tra quei pochi cui capita

di pensare alla vita degli animali nelle fattorie di campagna, non molti sono al corrente

dei moderni metodi di allevamento. C’è chi si domanda se la macellazione sia indolore,

e chiunque si sia trovato a viaggiare sulla strada dietro un camion carico di bestiame

saprà probabilmente che gli animali d’allevamento vengono trasportati in condizioni

di estremo affollamento ma pochi sospettano che il trasporto e la macellazione siano

qualcosa di diverso dalla rapida e inevitabile conclusione di una vita comoda e appagante,

una vita che comporta i naturali piaceri dell’esistenza animale senza le difficoltà che

gli animali selvatici devono affrontare nella lotta per la sopravvivenza.

Queste rassicuranti supposizioni hanno ben poca relazione con la realtà dell’allevamento

moderno. Tanto per cominciare, l’allevamento non è più nelle mani di semplice gente

di campagna: nel corso degli ultimi cinquant’anni, l’ingresso nel settore di grandi

società e l’introduzione di metodi di produzione basati sulla catena di montaggio hanno

trasformato l’agricoltura in agro-industria. Il processo ebbe inizio quando le grandi

imprese acquistarono il controllo della produzione di pollame, un tempo appannaggio

della moglie del contadino. Oggi, cinquanta grandi società controllano praticamente

tutta la produzione avicola degli Stati Uniti.

(…….) Le grandi società e coloro che devono sostenerne la concorrenza non sono certo

interessati all’armonia fra piante e animali e natura. La loro è un’attività competitiva,

e i metodi che si adottano sono quelli che riducono i costi e aumentano la produzione.

Così, l’allevamento è oggi ‘allevamento industriale’: gli animali sono trattati come

macchine che convertono foraggio a basso prezzo in carne ad alto prezzo, e qualsiasi

innovazione verrà adottata se porterà a un ‘rapporto di conversione’ più conveniente.

(……) Una volta che gli animali non umani vengono posti al di fuori della nostra sfera

di considerazione morale e sono trattati come cose da usare per soddisfare i nostri

desideri, il risultato è prevedibile.

(Peter Singer, La vita come si dovrebbe)

www.giulianolazzari.com

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