L’UOMO E LA NATURA (intermezzo al pollo)(8)

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GRILLO: Dunque ammetti che l’anima degli                      odisseo.jpg 

animali è più felicemente predisposta per

natura alla nascita della virtù ed è più

compiuta a tale scopo; perché senza avere

ricevuto imposizione né insegnamenti,

per così dire senza semina né coltura,

essa produce e fa crescere naturalmente

la virtù adeguata a ciscuno di loro.

ODISSEO: E quale virtù esiste fra

gli animali, Grillo?

GRILLO: Quale virtù, piuttosto,

non esiste fra gli animali in misura

maggiore che nell’uomo più sapiente?

Considera anzitutto, se vuoi, il coraggio,

di cui tu vai superbo; tanto da non

nasconderti il capo se ti chiamano ‘temerario’ e’ distruttore di città’.

Proprio tu, scelleratissimo, che dopo avere raggirato con insidie e artifici uomini

esperti di un modo semplice e nobile di far guerra, e ignari altresì di inganni e di

menzogne, dai il nome di virtù alla tua malvagità, mentre l’una è assolutamente

incompatabile con l’altra. Eppure, quanto ai combattimenti delle bestie fra loro

e contro di voi, puoi notare come siano leali e privi di artifici, e come le bestie

si difendano con coraggio aperto e schietto, assecondando una genuina prodezza.

E non perché siano state convocate dalla legge o perché temano l’accusa di diserzione,

ma per natura esse evitano di lasciarsi sconfiggere, opponendo resistenza fino

alla morte e mantenendo intatto il proprio spirito indomito.

Non si danno infatti per vinte quando sono fisicamente soggiogate, né soccombono

nell’animo, ma muoiono combattendo.

In molti casi, quando gli animali stanno

per morire, assieme al loro ardimento                 6548.jpg 

il vigore si ritira e si concentra in una

sola parte del corpo. Esso oppone

resistenza all’uccisore, sussulta e

recalcitra, finché, come fuoco, non

si estingue e non svanisce del tutto.

Gli animali non supplicano non

invocano pietà, né ammettono la

propria sconfitta; e un leone non è

schiavo per codardia di un altro leone

né un cavallo di un altro cavallo,

come lo è invece un uomo di un suo

simile, quando accoglie supinamente la schiavitù che prende il proprio nome dalla

viltà. Fra le bestie che gli uomini catturano con reti e inganni, gli esemplari ormai

adulti, rifiutando il cibo e resistendo alla sete, si procurano la morte e la accalgono

di buon grado invece della schiavitù. 

Ma ai pulcini e ai cuccioli, che per la tenera età sono docili e malleabili, vengono

propinati, come una malia, molti ingannevoli allettamenti e lusinghe, che fanno 

loro assaporare piaceri e sistemi di vita contro natura. Così col tempo essi vengono

indeboliti, finché ccettano e tollerano il cosiddetto ‘addomesticamento’, che 

consiste nell’evirare il loro ardore. Per questi motivi riesce del tutto evidente che

le bestie hanno per natura una buona disposizione al coraggio. Negli uomini, invece,

la fermezza è senz’altro contro natura: e puoi arguirlo in particolare da quanto 

segue, mio ottimo Odisseo. 

La natura distribuisce in modo equilibrato la prodezza fra gli animali, e la femmina non 

è affatto inferiore al maschio sia nel sostenere le fatiche per le necessità della vita,

sia nell’affrontare le lotte in difesa della prole. Hai certamente sentito parlare della

scrofa di Crommione che, pur essendo femmina, provocò molte difficoltà a Teseo.

E la sapienza non avrebbe giovato alla famosa Sfinge, che se ne stava seduta in

cima al Ficio a tramare enigmi e indovinelli, se essa non fosse stata vistosamente

superiore ai Cadmei per forza e per coraggio. Là nei dintorni si dice vivesse pure

la volpe di Teumesso, ‘creatura maliziosa’, e non lontano stava la pitonessa che

combatté a Delfi con Apollo per l’oracolo. Il vostro sovrano, poi, ricevette Ete

dall’uomo di Sicione come ricompensa per averlo esentato dalla spedizione

militare; la sua fu un’ottima decisione, giacché preferì una cavalla valente e

animosa a un uomo vile.

Tu stesso, hai avuto molte occasioni di osservare, nelle pantere e nelle leonesse,

come le femmine non cedano affatto ai maschi per impeto e per prodezza: davvero

come tua moglie che, mentre tu sei in guerra, se ne sta seduta a casa accanto al focolare

e non è zelante come le rondini nel respingere chi insidia lei e la sua casa.

Eppure è una spartana! Perché allora citare in aggiunta le donne di Caria e di Meonia?

Da questi esempi risulta senz’altro evidente che gli uomini non possiedono il

coraggio per natura; se così fosse, infatti, anche le donne parteciperebbero in

modo simile del valore. Ne consegue che voi praticate il coraggio per costrizione

legale, che non è volontaria né intenzionale, bensì soggetta ai costumi, alle

critiche, a opinioni estranee e a discorsi fuorvianti; e vi sottoponete alle fatiche

e ai pericoli non per audacia verso queste cose, ma perché ne temete maggiormente

delle altre. Il tuo compagno che si imbarca per primo prende il remo leggero, non

per disprezzo, ma perché teme quello più pesante e lo vuole evitare; analogamente,

chi tollera le percosse pur di non essere ferito e chi va contro un nemico piuttosto

che affrontare la tortura e la morte, non è audace in rapporto alle azioni menzionate

per prime, ma piuttosto ha paura delle seconde. E’ dunque evidente che il vostro

coraggio è una FORMA DI VILTA’ INTELLIGENTE, e il vostro ardimento E’ UNA

FORMA DI PAURA, consapevole di fuggire determinate cose affrontandone altre.

INSOMMA, SE VI CONSIDERATE SUPERIORI AGLI ANIMALI PER CORAGGIO, 

perché mai i vostri poeti attribuiscono ai guerrieri più forti contro il nemico gli

appellativi ‘animo di lupo’, ‘cuor di leone’ e ‘pari a un cinghiale per valore’, mentre 

nessuno di loro chiama un leone ‘cuor di uomo’, né un cinghiale ‘pari a un uomo

per valore’?

Io credo piuttosto che, come essi definiscono chi è veloce ‘piè di vento’ e chi è bello

‘simile a un dio’, ricorrendo a espressioni iperboliche, così paragonato chi è valente

nel combattere a creature superiori. Ciò è dovuto al fatto che il valore è una sorta

di tempra e di affilamento del coraggio, esso è impiegato allo stato puro dalle bestie

nei loro combattimenti, mentre nel caso di VOI UOMINI, ESSENDO MESCOLATO

AL CALCOLO COME VINO ALL’ACQUA, SI RITRAE DI FRONTE AI PERICOLI

E VIENE MENO AL MOMENTO OPPORTUNO. Alcuni di voi, poi, sostengono che

non si debba affatto lasciar spazio al valore in battaglia, ma che occorra sbarazzarsene

e far uso di un calcolo lucido: affermazione esatta al fine di assicurarsi la salvezza, 

ma quanto mai scorretta in vista di una difesa valorosa. Non è assurdo che voi

accusate la natura perché non ha provvisto i vostri corpi di pungiglioni, né di 

artigli adunchi, né di denti atti alla difesa, mentre voi stessi eliminate e reprimete

l’arma della mente di cui proprio essa vi ha forniti? 

(Plutarco, Del mangiare carne)

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L’UOMO E LA NATURA (intermezzo al pollo)(8)ultima modifica: 2011-01-28T08:03:00+00:00da giuliano106
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