IL LIBRO

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(“I sette cieli e la terra e tutto

ciò che vi si trova celebrano

le Sue lodi, e non v’è cosa

alcuna che non celebri le

Sue lodi, ma voi non comprendete

le loro lodi”. Ghazali)

I miei ricordi sono confusi.                                                87654896.jpg

Non mi è chiaro neppure dove abbia inizio

di preciso la mia memoria; a volte si

estendono di fronte a me panorami

agghiaccianti di anni senza numero,

mentre altre volte mi sembra che il

presente non sia che un semplice

attimo isolato in una eternità grigia e senza forma.

Non so neppure con certezza come sto comunicando questo messaggio.

Mi accorgo di parlare ma ho la vaga impressione che un agente mediatore di qualche

sorta, strano e forse terribile, sarà necessario per portare ciò che dico ai luoghi dove

desidero essere udito.

Anche la mia identità è avvolta nelle nebbie dell’incertezza.

Sembra che io abbia subito un grave shock: un’inattesa e mostruosa conseguenza, forse,

di qualcuna delle mie uniche e incredibili esperienze, che si snodano secondo cicli

interminabili.

Tutti questi cicli di esperienze, naturalmente, hanno avuto per origine quel libro roso

dai tarli. Ricodo quando lo trovai, in una bottega fiocamente illuminata sulla riva del

fiume, là dove la corrente limacciosa e inquinata sembrava attrarre una perenne coltre

di nebbia.

L’edificio era assai antico, tappezzato sino al soffitto di scaffali pieni di volumi in disfacimento,

in ciascuna delle stanze uniformamente prive di finestre. C’erano anche mucchi informi

di libri abbandonati sul pavimento o sistemati in rozze casse di legno.

Fu in uno di questi mucchi che trovai la ‘cosa’. Non ne ho mai saputo il titolo, perché

mancavano le prime pagine. Ma quando lo presi mi cadde di mano, aprendosi verso

la fine: e ciò che vidi fece vacillare i miei sensi.

C’era una formula – una specie di elenco di cose da dire e da fare – che riconobbi come

qualcosa di tenebroso e proibito; qualcosa di cui avevo letto in precedenza solo in frasi

evasive, trasudanti un misto di fascino e orrore, scritte da quanti avevano osato scavare

entro i più gelosi segreti dell’universo: singolari figure dalle cui opere, da tutti sfuggite,

io ero un lettore attento e appassionato.

Quella formula era una chiave – o una guida – verso certe ‘soglie’ o stati di transizione

dei quali i mistici hanno sognato e sussurrato sin da quando la nostra razza era giovane;

soglie che conducono verso ignoti stati di libertà, e verso scoperte al di là delle tre

dimensioni e dei reami della vita e della materia a noi già noti.

Da secoli, ormai, nessuno ne ricordava i passaggi essenziali, né sapeva dove cercarli:

ma quel libro era davvero molto antico. Non un torchio da stampa, ma la mano di un

monaco oscurato dalla follia aveva tracciato quelle terribili frasi latine in una grafia

onciale incredibilmente arcaica.

Ricordo l’occhiata furtiva e il sogghigno del vecchio che abitava quel posto quando

sollevai il libro, e ricordo il curioso gesto che fece con la mano quando me lo portai

via. Non volle essere pagato, e solo molto tempo dopo compresi perché.

Mentre tornavo verso casa, attraversando le vie strette e gonfie di nebbia dei quartieri

prospicienti il fiume abbi l’impressione spaventosa che dei passi silenziosi e leggeri mi

seguissero costantemente. Le case fatiscenti, vecchie di secoli, su entrambi i lati della

via, sembravano vive, e trasudavano una nuova, morbosa malignità: come se si fosse

all’improvviso riaperto un canale, da tempo chiuso, attraverso il quale una conoscenza

malefica si riversava sulla Terra. Mi sembrava che quelle mura, quegli abbaini sporgenti

di mattoni scoloriti, intonaci butterati da muffe, travi annerite – con finestre simili ad occhi

spalancati, le cornee lucide come diamanti – a stento si trattenessero dall’avanzare verso

di me per scacciarmi…eppure non avevo letto che un piccolissimo frammento di quella

formula blasfema, prima di chiudere il libro e portarlo via.

Ricordo, poi, in che modo lessi tutto il volume: il volto bianco come gesso, chiuso nella

stanza sui tetti nella quale da tempo conducevo le mie strane ricerche.

Il grande edificio era silenzioso, perché soltanto dopo mezzanotte avevo iniziato la mia

lettura. Mi sembra di ricordare che allora avevo una famiglia – anche se i dettagli sono

assai incerti – e so che c’erano anche molti servitori. Quale anno fosse, non posso dirlo:

da allora, ho conosciuto ère e dimensioni senza numero, ed il mio concetto di tempo

si è frammentato e ricomposto in maniera diversa.

Lessi a lume di candela – ricordo il gocciolare incessante della cera – e di tanto in tanto

giungevano sino a me rintocchi di lontani campanili.

Se rammento bene, seguivo, quei rintocchi con ansiosa attenzione, perché temevo che

ad essi si sovrapponesse una nota lontana ed estranea.

Quindi, vennero per la prima volta il rumore di colpi ed il fruscio dietro la finestra che

si apriva sugli alti tetti dalla città. Vennero mentre mormoravo il nono verso di quell’

antico incantesimo: fui scosso da un tremito, perché sapevo di che si trattava.

Perché chi passa attraverso una soglia acquista un’ombra, e dopo non è mai solo.

Io avevo evocato qualcosa, ed il libro era davvero ciò che sospettavo.

Quella notte attraversai la soglia.

Mi trovai in un vortice nel quale erano distorti il tempo e la percezione; quando, la

mattina seguente mi risvegliai nella stanza sui tetti, vidi nelle pareti, negli scaffali e

nei mobili strani particolari che non avevo mai osservato prima.

Da allora, il mondo non mi apparve più come quello che conoscevo.

Mescolate con il panorama del presente c’erano sempre delle schegge del passato e dei

frammenti del futuro: anche il più familiare tra gli oggetti assumeva sembianze ignote

nella nuova prospettiva apertasi di fronte alla mia percezione ingigantita.

Dopo di allora continuai a procedere come in un sogno fantastico, tra forme sconosciute

o appena riconoscibili; e ad ogni nuova soglia che varcavo, sempre meno chiaramente

potevo riconoscere gli oggetti propri della sfera ristretta alla quale ero stato sino allora

legato.

Ciò che vedevo io, nessun altro poteva scorgerlo; trascorrevo la mia esistenza nel silenzio

e nella solitudine, per timore di essere considerato un folle.

(H.P. Lovecraft)

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IL LIBROultima modifica: 2011-02-11T17:00:00+00:00da giuliano106
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