VIAGGI IN ALTRI MONDI (e tempi): IL JAZZ (Django Reinhardt) (15)

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Primi dischi

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Un avvenimento è spesso il prodotto di vari fattori, e prima della nascita

vera e propria del Quintette, il piccolo mondo del jazz francese aveva già

manifestato ripetutamente il suo interesse per Django.

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Nella primavera del 1933, Emile Savitry, il pittore grazie al quale il manouche

aveva potuto ascoltare i suoi primi dischi di jazz, aveva portato Pierre Nourry,

membro eminente dell’Hot Club de France, ad ascoltare il chitarrista nel suo

carro parcheggiato alla Porte de Choisy.

Nourry fu al tal punto impressionato che fece incidere tre dischi pagando di

tasca sua (degli acetati con due versioni di Tiger Rag, l’una con Joseph Reinhardt

alla chitarra di accompagnamento e l’altra con il contrabbassista della Martinica

Juan Fernandez; il trio incise anche ‘After You’ve Gone e Confessin’).

I dischi furono prontamente inviati a tutte le autorità del mondo del jazz: il

francese Hughes Panassié, l’americano John Hammond e gli olandesi Jost Van

Prag e Niessen; la sola eco favorevole giunse dall’Olanda.

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Fra gli innamorati del jazz, che appartenevano al recente Hot Club de France,

Michel Prunières, uno dei principali dirigenti, aveva una tale ammirazione per

Django che ebbe l’idea, con l’aiuto del padre, Henri Prunières, direttore della

serissima Revue musicale, di presentare il suo nuovo puledro al grande chitarrista

classico Andrès Segovia, al quale Django e suo fratello Joseph concessero un

recital. Pare che non ne rimasse molto colpito. In quanto a Pierre Nourry, ricevette

un’accoglienza più favorevole quando inserì i Reinhardt nel programma dei concerti

organizzati dall’Hot Club nell’inverno del 1933; così i dirigenti dell’associazione

cencepirono il progetto di riunire un gruppo stabile intorno a Django e di fargli

portare i loro ‘colori’.

Nel 1934, Charles Delaunay era diventato segretario dell’Hot Club de France e

direttore della rivista Jazz Hot. A queste responsabilità aggiunse quella di impresario

del Quintette du Hot Club de France.

Nel settembre, i suoi sforzi per assicurare la promozione del nuovo gruppo lo

portarono a organizzare una seduta di registrazione: Django e Stéphane si

circondarono dei chitarristi Joseph Reinhardt e Roger Chaput e del contrabbassista

Louis Vola con i quali era già abituato a lavorare.

Il cantante nero americano Bert Marshall, allora impiegato al Claridge con Louis

Vola, dava un tocco americano all’impresa.

Per la circostanza, il gruppo fu battezzato Delaunay’s Jazz.

La presenza di Marshall e delle sue canzoni, concessione alla moda di quel tempo,

non bastò a convincere i responsabili della casa discografica Odéon a pubblicare il

frutto di questa seduta. Nello studio, ascoltando gli strumentisti, gli ingegneri del

suono non credettero alle loro orecchie e Django li sentì commentare ironicamente

la loro esibizione e interrogarsi sulla natura della musica che stavano captando.

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L’Europa stava per accogliere Louis Armstrong e Coleman Hawkins, ma la

situazione del jazz non era paragonabile a quella che vivevano gli Stati Uniti.

Il jazz aveva un pubblico molto esiguo e restava una musica marginale.

Ecco un breve panorama dell’insieme.

Lo strumento re era sempre la tromba e Louis Armstrong il suo dio.

Reinhardt e Grappelli conoscevano i suoi dischi.

Alla domanda: ‘Quale musicisti vi hanno influenzato?’, il secondo rispondeva

sempre: ‘Louis Armstrong!’.

Django era sbalordtito dall’arte del trombettista. Lo fu fin dal primo ascolto,

come racconta Charles Delaunay, rievocando l’episodio ormai conosciuto

dei dischi di jazz a Tolone a casa di Emile Savitry.

“Si prende la testa fra le mani e si mette a piangere:

‘Ach moune!, fratello mio’, esclama a ogni istante”.

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Più tardi, la tromba verrà detronizzata dal sassofono e uno dei più grandi

responsabili di questa rivoluzione sarà Coleman Hawkins, perché dominava

in tutta la sua statura il mondo dei sax tenori.

Nel 1935, in Europa avrebbe inciso con Django e Stéphane.

Bisognerà attendere il marzo del 1935 per ritrovare il Qintette du Hot Club de

France in uno studio di registrazione.

Furono incisi quattro temi.

Lily Belle May June è appesantita dalla presenza di Jerry Mengo, cantante di

circostanza.

Sweet Sue, Just You, altro standard del jazz americano, quasi inevitabile all’

epoca, non si sottrae al vocale di Mengo, ma il tema è abbastanza vivace per

farci gustare un bel momento.

Lo spirito delle improvvisazioni di Stéphane e Django è forse più conforme al

‘modello americano’ e pensiamo evidentemente a Venuti-Lang.

Confessin’, di cui Django e Stéphane conoscevano con molta probabilità la

versione del 1930 di Louis Armstrong, è una bella ballata, interpretata con

molto raccoglimento e un ritegno evidente. La sonorità del violino è ammirevole

nell’esposto del tema. L’assolo di Reinhardt, ricco di asperità, traduce lo

stesso pudore, e se stira la melodia è per meglio mostrarne la delicatezza.

(Billard/Antonietto, Django Reinhardt, il gigante del jazz tzigano)

 

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VIAGGI IN ALTRI MONDI (e tempi): IL JAZZ (Django Reinhardt) (15)ultima modifica: 2011-04-30T20:00:00+00:00da giuliano106
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