DAL 43 D.C.

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dal  43 d.c.

 

 

 

Tengo ora le gambe divaricate, appoggiate sui lati opposti delle

secche, e un grasso pesce-luccico sguscia tra i miei piedi a piluccare

le alghe grigiastre.

Le mie dita stringono l’impugnatura della lancia, poi si rilassano

quando cambiano idea sul loro pasto. Quasi volesse darmi uno

schiaffo, il pesce batte la coda e scompare.

A volte mi fermo a pensare a come i pesci e le anatre vedano questa

scena.

Io sono qui, furtivo, invisibile, e mi considerano uno di loro.

Sono troppo ottusi per capire che io sono d’un genere più elevato,

che voglio solo il loro male, e così scompaiono, senza capire, uno

alla volta.

Guardano il grande uccello verde che a grandi passi cammina in

mezzo a loro, eppure non lo legano ai loro compagni scomparsi.

Ciò che si aspettano di vedere, li rende ciechi.

Ma forse è vero che esistono anche animali più ingegnosi di noi,

che camminano tra la gente e con ogni comodo scelgono la loro

preda; catturano ora una donna, ora un uomo, senza che nessuno

venga mai a sapere che fine abbiano fatto costoro, tanto sono rari i

loro delitti, se non quando queste scaltre mostruosità non cercano

pasti più abbondanti e non si ingozzano.

Un altro pesce, questa volta un barbo, si muove sfregando il muso

tra i puntoni che tengono piantati a terra.

Questa volta non aspetto e spingo la lancia su di lui.

Quasi mi sfuge e trafiggo il suo fianco.

Poi lo alzo alla luce del sole mentre ancora si dibatte sulla punta

 della mia asta.

Gocce d’acqua cadono intorno a lui, una fatale rugiada.

Cacciai per tutto il giorno e poi per un altro, rannicchiandomi nella

mia tana solo quando faceva buio e, nel momento in cui il sole si

immerse nell’acqua, avevo nella bisaccia molti uccelli e molte pertiche

di pesci e infine, quando venne ancora un altro mattino, mi misi in

marcia per tornare a casa.

Quel giorno l’aria era buona e limpida come quella che viene dopo una

tempesta, eppure nessuna tempesta era mai passata di là.

Il cielo azzurro dava il suo colore agli stagni e alle pozzanghere della

palude e sopra di me sfilavano immense nuvole bianche ammassate

in forme di fantasia a cui non sapevo dare un nome.

La mia bisaccia era piena.

Il sole era caldo sulle mie spalle.

Cantavo le uniche parole che ricordassi della vecchia Canzone della

via, quella che racconta la storia del ragazzo sul cammino e di come

trova la sua sposa, e gli aironi dello stagno vicino volarono via

spaventati, per quanto cantavo male.

E’ l’ultima volta che sono stato felice.

Ora siedo sulla riva e mangio il pesce, lasciando che la corrente trascini

con sé le mie gambe di legno.

All’inizio quando venni a vivere nelle Terre degli Annegati, cuocevo il

cibo prima di mangiarlo, ma ora mi sembra una seccatura.

Qui non lo cuoce nessuno.

Taglio con l’unghia il ventre dell’animale e provo una strana

soddisfazione nello scoprire quanta pelle riesco a staccare in un

solo tentativo.

Sto quasi per scostare il becco e mangiare, quando un movimento

all’orizzonte di mezzogiorno cattura i miei occhi.

Stendardi rossi.

Minuscoli stendardi rossi che prima si allontanano tra loro e poi si

riavvicinano, dietro i campi lontani, diretti verso di me.

Stringo forte gli occhi per vedere più lontano, poi tiro le gambe

fuori dall’acqua e cerco di mettermi in piedi meglio che posso.

Lascio il becco al suo posto.

Non sono stendardi.

No, stendardi no, ma mantelli, mantelli rossi sulle spalle di uomini

a cavallo.

Li riconosco.

Sono uomini di Roma.

(Alan Moore, La voce del fuoco)

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DAL 43 D.C.ultima modifica: 2011-10-05T20:00:00+00:00da giuliano106
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