LA BANALITA’ DEL MALE (2)

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la banalità del male 2

 

 

 

..Al contrario, per lui                                                                  

ogni uomo diveniva un legislatore nel momento stesso in

cui cominciava ad agire: usando la ‘ragion pratica’ ciascuno

trova i principi che potrebbero e dovrebbero essere i principi

della legge.

Ma è anche vero che l’inconsapevole distorsione di Eichmann

era in armonia con quella che lo stesso Eichmann chiamava la

teoria di Kant ‘ad uso privato della povera gente’.

In questa versione ad uso privato, tutto ciò che restava dello

spirito kantiano era che l’uomo deve fare qualcosa di più che

obbedire alla legge deve andare al di là della semplice…

 

la banalità del male 2

 

obbedienza e identificare la propria volontà col principio

che sta dietro la legge – la fonte da cui la legge è scaturita.

Nella filosofia di Kant questa fonte era la ragion pratica;

per Eichmann era la volontà del Fuhrer.

Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la

soluzione finale (caratteristica del PERFETTO BURACRATE)

si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente

molto diffusa in Germania (e non solo…), che essere ligi alla

legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire

come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si

obbedisce. Da qui la convinzione che occorra fare anche di

più di ciò che impone il dovere.

Qualunque ruolo abbia avuto Kant nella formazione della

mentalità  della ‘povera gente’ in Germania, non c’è il minimo

dubbio che in una cosa Eichmann seguì realmente i precetti

kantiani: ‘una legge è una legge e non ci possono essere ecce-

zioni’.

 

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A Gerusalemme egli ammise di aver fatto un’eccezione in due

casi, nel periodo in cui ‘ottanta milioni di tedeschi’ avevano cias-

cuno ‘il suo bravo ebreo’: aveva aiutato una cugina mezza ebrea

e una coppia di ebrei viennesi, cedendo alle raccomandazioni di

suo ‘zio’. Questa incoerenza era ancora un ricordo spiacevole, per

lui, e così durante l’interrogatorio dichiarò, quasi per scusarsi,

di aver ‘confessato le sue colpe’ ai suoi superiori.

Agli occhi dei giudici questa ostinazione lo condannò più di tante

cose meno incomprensibili, ma ai suoi occhi era proprio questa

durezza che lo giustificava, così come un tempo era valsa a tacita-

re quel poco di coscienza che ancora poteva avere.

Niente eccezioni: questa era la prova che lui aveva sempre agito

contro le proprie ‘inclinazioni’, fossero esse ispirate dal sentimento

o dall’interesse; questa era la prova che lui aveva sempre fatto il

suo ‘DOVERE’.

IL PROBLEMA DELLA COSCIENZA di Eichmann, che è notoria-

mente complesso ma nient’affatto unico, non può essere paragona-

to a quello della coscienza dei generali tedeschi, uno dei quali,

quando a Norimberga gli chiesero: ‘Come è possibile che tutti voi

rispettabili generali abbiate seguito a servire un assassino con tanta

fedeltà?’, rispose che non toccava a un soldato ergersi a giudice

del suo comandante supremo:

‘Questo tocca alla storia, o a Dio in cielo’.

Eichmann, molto meno intelligente e per nulla istruito, capì

almeno vagamente che a trasformarli tutti in criminali non era

stato un ordine, ma una legge.

 

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La differenza tra ordine e ‘ordine del Fuhrer’ era che la validità del

secondo non era limitata nel tempo o nello spazio, mentre questo

limite è caratteristica precipua del primo. E questa è anche la vera

ragione per cui quando il Fuhrer ordinò la soluzione finale esperti

giuristi e consiglieri giudici, non semplici amministratori, stila-

rono una fiumana di regolamenti e direttive: quell’ordine, a dif-

ferenza degli ordini comuni, fu considerato una legge.

Inutile aggiungere che tutti questi strumenti giuridici, lungi

dall’essere semplici frutto della pignoleria o precisione tedesca,

servirono ottimamente a dare a tutta la faccenda una parvenza di

legalità.

(H. Arendt, La banalità del male) 

 
 
 
 
 
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LA BANALITA’ DEL MALE (2)ultima modifica: 2011-12-03T19:00:00+00:00da giuliano106
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