UN MONASTERO

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Passando sotto l’arco del portale d’ingresso ci troviamo nel cortile

pieno di sole dove, tra le pietre irregolari, cresce l’erbolina verde;

ci accoglie un senso confortevole di pace, di cose buone ed antiche.

Tanti ‘trapa’ sono apparsi sugli usci della cucina; altri si affacciano

dalla scala; molti sorridono, i più timidamente; tutti attendono

una mia parola od un cenno amichevole.

I tibetani sono davvero dei curiosi xenofobi; degli xenofobi astratti

e teorici. Chiudono il proprio paese agli stranieri e dettano severis-

sime leggi da Lhasa per tenerli lontani; ma quando uno straniero

arriva tra di loro lo accolgono con feste ed entusiasmo. 

 

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L’occidentale rappresenta un mondo d’affascinanti misteri.

Siamo l’esotico inverso.

L’esotico degli aeroplani, della fotografia, degli orologi, della peni-

cillina, dei miracoli controllabili e ripetibili (un lama vola per le-

vitazione, ma occorrono dieci anni per prepararvisi attraverso pro-

ve severissime d’ascetismo, e poi forse non ci riesce; in aereo può

volare chiunque).

Siamo perciò l’esotico d’una padronanza magica degli elementi.

Siamo un popolo mitico in alleanza con i demoni dell’entroterra

e dell’aria da cui carpiamo poteri in cambio di chissà quale patto

diabolico. 

L’om-tse ci ha lasciati per un momento, forse va ad avvertire del-

la visita il capo monastero, subito i seminaristi si fanno d’intorno;

vogliono osservare, e sperano toccare, la macchina fotografica.

Riesco appena a muovermi per la ressa; intanto vado respirando

a grandi zaffate il ‘foetor tibeticus’. 

 

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Il ‘foetor tibeticus’ è composto di vari ingredienti; il gran sudicio

delle persone e delle vesti costituiscono il corpo base, il rancidu-

me del burro lo perfeziona con svolazzi lirici.

Il sudicio è antico, stupendo, tridimensionale.

Su quelle braccia, su quelle caviglie e quei polpacci, giù per quei

colli, s’incrostano sporcizie di mesi e di anni. Sembra che tale coraz-

za venga coltivata con amore, con l’intenzione forse di creare una

sorta di monumento più duraturo del corpo o di studiare una geo-

logia del sudicio nelle lentissime e complesse stratificazioni.

Infine lo sporcume deve acquistare una propria personalità, ci si

deve sentire come in due là dentro. E non verrà poi il momento in

cui lui, la cosa, costituirà una forma, un negativo, da cui si esce di

nascosto la notte lasciandolo in piedi appoggiato al muro, brutto

burroso come un ‘ro-lang’?

Del resto il burro (insieme alle ossa ed al silenzio) è uno degli ele-

menti più caratteristici del Tibet. Sembra impossibile che quelle

magre femmine degli yak, pascolando fra i sassi e la sabbia, pos-

sano produrre tanto fiume di burro!

 

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Pure questo pacifico e nobile grasso ricopre il Tibet; lo si vende

nei più remoti villaggi; di burro sono le offerte agli dèi nei templi

e nelle cappelle private; il burro si scolpisce con maestria, coloran-

dolo poi con raffinatezza; il burro si brucia nelle lampade; col bur-

ro si pagano le tasse; di burro le donne si spalmano i capelli, spesso

la faccia; burro si porta in dono, si riceve come regalo; burro si mes-

cola allo tsampà, mangiando, ed al tè, bevendo; burro, burro, dap-

pertutto burro, sempre per ogni uso ed in ogni occasione, burro;

il Gran Burro, l’Onnipresente Burro, il Maestoso Burro. 

…. – ‘Kusho-shib’,

mi chiama l’om-tse affacciato da un balcone del monastero,

– il gran prezioso vi aspetta.

I seminaristi che mi assediano in maniera scalmanata per guardare

dal mirino della Leica sono spariti in un attimo, sentendo la voce

del prefetto. Guidato dall’om-tse, ed accompagnato da diversi altri

monaci, sono finalmente entrato nella saletta dove il Rimpoché

Nge-drup Dorje (Folgore benedetta) deve comparire fra poco. 

(prosegue…)

(Fosco Maraini, Segreto Tibet, foto e disegni: Sven Hedin)

 

 

 

 

 

 

 

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UN MONASTEROultima modifica: 2012-04-19T15:00:00+00:00da giuliano106
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