IL TEMPO (il ritmo) (3)

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…Il tempo,

finalmente, mi liberò delle paurose borse e mi ristabilii.

Ogni evento parlava a me una lingua misteriosa.

E i momenti della vita rivelarono a poco a poco il loro

significato segreto.

Vi fu la meraviglia che provai quando vidi per la prima

volta una coppia di cavalli pezzati bianchi e neri grossi

come montagne, caracollare giù per una strada polve-

rosa in mezzo a nuvole di polvere argillosa.

Vi fu la gioia che provai nel vedere lunghe e diritte file di

ortaggi rossi e verdi che si perdevano nel sole fino all’oriz-

zonte luminoso.

Vi fu il languido, fresco bacio sensuale della rugiada che

sentii sulle guance e sugli stinchi, quando corsi per i verdi

sentieri del giardino in un mattino presto.

Vi fu il vago senso dell’infinito quando guardai giù, alle

gialle, sognanti acque del Mississippi dai picchi verdeg-

gianti di Natchez.

Vi furono gli echi di nostalgia che sentii nelle strida degli

stormi d’anatre selvatiche in volo verso sud, contro un te-

tro cielo autunnale.

Vi fu la struggente malinconia del pungente odore della

legna d’hickory quando brucia.

Vi fu l’imbarazzante, impossibile desiderio d’imitare la

piccola superbia dei passeri che si voltavano e si dimena-

vano nella rossa polvere delle strade di campagna.

Vi fu il vivo desiderio di sapere suscitatomi dalla vista

d’una solitaria formica che trascinava un fardello verso

un misterioso viaggio.

Vi fu lo sdegno che m’invase quando torturai un delica-

to gamberetto bluastro che si raggomitolò terrorizzato

nel fondo melmoso d’una latta arruginita.

Vi fu la gloria dolente di masse di nubi accese di porpo-

ra da un sole invisibile.

Vi fu il liquido allarme che vidi nel bagliore rossosan-

gue del tramonto nei vetri delle casette imbiancate.

Vi fu il languore che sentii quando udii lo stormire del-

le foglie verdi con un rumore di pioggia.

Vi fu l’incomprensibile segreto racchiuso in un bianchic-

cio fungo velenoso nascosto nella buia ombra d’un ceppo

fradicio.

Vi fu la sensazione della morte senza esser morto che pro-

vai alla vista d’una gallina che saltellò qua e là, ciecamen-

te, dopo che mio padre le aveva spezzato il collo con un

rapido torcer di polso.

Vi fu la grande allegria che mi prese quando capii che Dio

s’era divertito con i gatti e i cani nel farli lambire il latte e

l’acqua con la lingua.

Vi fu la sete che mi prese nell’osservare il succo limpido e

dolce che sgorgava dalla canna da zucchero mentre veni-

va schiacciata.

Vi fu il cocente panico che mi salì in gola e mi scorse per

le vene quando vidi per la prima volta le pigre, flessuose

spire d’un serpente turchino addormentato al sole.

Vi fu l’ammutolita stupefazione nel vedere un maiale

tratto nel cuore immerso nell’acqua bollente, raschiato,

spaccato, sventrato e appeso aperto e sanguinante.

Vi fu l’amore che provai per la muta regalità delle alte

querce vestite di muschio.

Vi fu il senso di crudeltà cosmica quando vidi le tavole

contorte d’una baracca di legno, che erano state contrat-

te dal sole estivo.

Vi fu la saliva che m’empì la bocca ogni volta che sentii

l’odore di polvere argillosa impastata di pioggia fresca.

Vi fu l’oscura sensazione di fame quando respirai l’odo-

re dell’erba tagliata di fresco e stillante umore.

E vi fu il muto terrore che m’invase i sensi quando im-

mensi pulviscoli dorati scendevano verso terra dai cieli

carichi di stelle nelle notti silenziose…..

(Richard Wright, Ragazzo negro)





ANSEL ADAMS 2.jpg
IL TEMPO (il ritmo) (3)ultima modifica: 2012-08-13T03:00:00+00:00da giuliano106
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