IL TEMPO (il ritmo) (6)


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Presi Betsy e corsi fino a casa, contento di non averla

venduta.

Ma mi tornò la fame.

Avrei fatto meglio a prendere i 97 centesimi?

Ormai era troppo tardi.

Mi stringevo Betsy tra le braccia e attesi.

Quando tornò la mamma le raccontai quello che era

successo.


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– E tu non hai preso i soldi?,

mi disse.

– No.

– Perché?

– Non lo so,

dissi incerto.

– Non lo sai che 97 centesimi sono quasi un dollaro?,

mi disse.

Sì, dissi, contando sulle dita, 97, 98, 99,…100. Ma non

volevo vendere Betsy a gente bianca (si erano oltretut-

to radunati…intorno).

– Perché?

– Perché sono bianchi,

dissi.

– Non do la mia Betsy a dei bianchi…

– Sei uno sciocco,

disse la mamma.

Una settimana dopo Betsy andò schiacciata sotto le

ruote di un carro carbone. 

Io piansi e la sotterrai nel cortile piantando una doga

di botte sulla testa della tomba.

La mamma fece questo solo commento.

– Potevi avere un dollaro e mangiarti un bell’hambur-

ger in attesa dello show. 

– Adesso mangia un cane morto, se puoi.

Io non le risposi.


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Avanti e indietro, nel bagnato e nella polvere, dentro casa

o fuori, i giorni e le notti cominciavano a sgranarmi tante

magiche possibilità.

Se strappavo un pelo alla coda di un cavallo e lo tappavo

in una brocca, il pelo nottetempo diventava un serpente.

Se incontrando una suora o una madre cattolica vestita

di nero sorridevo e le lasciavo vedere i denti, dovevo mo-

rire.

Se passavo tra una scala appoggiata e il muro, avrei certo

avuto una disgrazia.

Se mi baciavo un gomito, diventavo una ragazza.

Se mi prudeva l’orecchio destro, allora qualcuno parla-

va bene di me.

Se toccavo un gobbetto sulla gobba, non avrei avuto ma-

lattie.

Se mettevo uno spillo da balia sulla rotaia del treno, e il

treno ci passava, lo spillo sarebbe diventato un magnifi-

co paio di forbici nuove.

Se sentivo una voce e nessuno mi era vicino, allora erano

Iddio o il Diavolo che cercavano di palparmi.

Tutte le volte che orinavo ci sputavo dentro per buon

augurio.

Se mi prudeva il naso, qualcuno doveva venire a trovarmi.

Se canzonavo uno storpio, Iddio mi avrebbe fatto storpio.

Se nominavo il nome di Dio invano, Dio mi avrebbe ucciso

sul colpo.

Se pioveva e faceva il sole, era il diavolo che picchiava sua

moglie.

Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito,

voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano

sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che

fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli

angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l’aria

entrava nella santa dimora di Dio.

Se rompevo uno specchio, erano sette anni di guai.

Se ero buono con la mamma, sarei diventato vecchio e

ricco.

Se avevo un raffreddore e mi legavo una calza smessa e

sporca intorno alla gola prima d’andare a letto, l’indoma-

ni mattina ero guarito.

Se portavo un pezzettino di assafetida in una borsetta ap-

pesa al collo, non avrei preso malattie.

Se il mattino della domenica di Pasqua guardavo il sole

attraverso un vetro affumicato, avrei visto il sole urlare

le lodi di Dio risorto.

Se un uomo confessava qualcosa in punto di morte era la

verità; perché nessuno può guardare la morte e mentire.

Se si sputava su ogni chicco di grano seminandolo, il gra-

no veniva bello alto e faceva frutto.

Se versavo il sale, dovevo buttarne un pizzico dietro la

spalla sinistra per scacciare la mala sorte.

Se coprivo uno specchio durante un temporale, la folgo-

re non mi avrebbe colpito.

Se passavo sopra una scopa buttata a terra, avrei avuto

dei guai.

Se nel sonno passeggiavo, era Iddio che cercava di con-

durmi in qualche luogo  a fare una buona azione per lui….

(Richard Wright, Ragazzo negro)





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IL TEMPO (il ritmo) (6)ultima modifica: 2012-08-15T06:00:00+00:00da giuliano106
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