QUANDO IL BRUTTO VUOL DIVENTAR BELLO

Eretici e non solo in:

dialoghi con Pietro Autier 2 &

pagine di storia

Da:

i miei libri &

Frammenti in rima



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Estetica del brutto.

Grandi conoscitori del cuore umano si sono sprofondati negli

abissi pieni d’orrore del male, hanno descritto le spaventose

figure che venivano loro incontro da quella notte.

Grandi poeti, come Dante, hanno messo ancor più in eviden-

za tali figure; pittori come Orcagna, Michelangelo, Rubens,

Cornelius ce le hanno poste sensibilmente davanti agli occhi

e musicisti, come Spohr, ci hanno fatto ascoltare i suoni atro-

ci della perdizione nei quali il malvagio grida e urla il dissidio

del suo spirito.

L’Inferno non è solo estetico.

Noi siamo immersi nel male e nel peccato, ma anche nel

brutto (che purtroppo vuol apparir bello, forse perché rac-

comandato…).

Il terrore dell’informe e della deformità, della volgarità e del-

l’atrocità ci circondano in innumerevoli figure (che non fac-

ciamo fatica a trovare, basta appena affacciarsi dalla fine-

stra…), dai pigmei fino a quelle deformità gigantesche da

cui la malvagità infernale ci guarda digrignando i denti.


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E’ in quest’Inferno del bello che qui vogliamo discendere.

E’ impossibile farlo senza contemporaneamente introdurci

nell’Inferno del male, nell’Inferno reale, perché il brutto più

brutto non è quel che in natura ci ripugna – paludi, alberi

contorti, salamandre e rospi, mostri marini che ci fissano

con occhi spalancati, e pachidermi massicci, ratti e scim-

mie:

è l’egoismo che manifesta la sua follia nei gesti perfidi e frivoli,

nelle rughe della passione, nello sguardo torvo dell’occhio e nel

crimine…

Non è difficile capire che il brutto, in quanto concetto re-

lativo è comprensibile solo in rapporto a un altro concetto.

Questo altro concetto è quello del bello:

il brutto c’è solo in quanto c’è il bello, che ne sostituisce il pre-

supposto positivo.

Se non ci fosse il bello, il brutto non ci sarebbe affatto, per-

ché esiste solo come (costante ed ossessiva) negazione di

quello.

Il bello è l’idea divina originaria (che il brutto si affanna a

cancellare, estirpare, braccare…confondere) e il brutto, sua

negazione, ha, appunto in quanto tale, un’esistenza solo se-

condaria.

Non nel senso che il bello, in quanto è il bello, possa essere

contemporaneamente brutto, ma nel senso che le stesse de-

terminazioni che costituiscono la necessità del bello si con-

vertono nel suo contrario.

Questa intima connessione del bello con il brutto in quan-

to sua autodistruzione è anche la base della possibilità che

il brutto, a sua volta, si neghi: che, in quanto esiste come

negazione del bello, risolva poi di nuovo la sua contraddi-

zione al bello tornando in unità con esso.

In tale processo il bello si rivela come la forza che torna a

sottomettere al suo dominio la ribellione del brutto.

In questa conciliazione nasce un’infinita serenità, che su-

scita in noi il sorriso, il riso. Il brutto si libera in questo

movimento della sua natura ibrida, egoistica; riconosce la

sua impotenza (ma anche il ruolo) e diventa comico.

Il comico include sempre in sé un momento negativo ver-

so il puro, semplice ideale; una tale negazione viene ridot-

ta in esso ad apparenza, a nulla.


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L’ideale positivo viene riconosciuto nel comico perché e

in quanto la sua manifestazione negativa si volatilizza.

Non certo nel senso che ciò che è brutto possa essere, in

determinati casi, dubbio.

Questo è impossibile, perché la necessità del bello è de-

terminata per se stessa.  Ma il brutto è relativo, perché

non può trovare in sé, ma solo nel bello, la sua misura

(vive nel riflesso della sua esistenza…).

Nella vita comune ognuno può seguire il proprio gusto

e può sembrargli bello ciò che per un altro è brutto e vi-

ceversa. Ma se si vuole sollevare questa casualità del

giudizio estetico-empirico al di sopra della sua man-

canza di sicurezza e chiarezza, bisogna sottoporla alla

critica, e quindi all’illustrazione dei supremi principi.

L’ambito del bello convenzionale, della moda, è pieno di

fenomeni che, giudicati dall’idea del bello, non possono che

essere definiti brutti, e tuttavia valgano temporaneamente

per belli.

Non perché lo siano in sé e per sé, ma solo perché lo spi-

rito di un’epoca trova proprio in queste forme l’espres-

sione adeguata del suo carattere specifico e si abitua ad

esse.

Nella moda più che altrove accade allo spirito di essere

in corrispondenza con la sua impronta:

qui anche il brutto può servire come mezzo di espressio-

ne adeguata. Mode del passato, soprattutto del passato

recente, di regola vengono giudicate brutte o comiche:

è perché il mutamento di sensibilità può svilupparsi so-

lo per opposizioni.

I cittadini della Roma repubblicana, che sottomisero il

mondo, si rasavano. Cesare e Augusto ancora non por-

tavano barba e solo a partire dall’epoca romantica di

Adriano, quando l’impero cominciava a soccombere

sempre più sotto l’impero dei barbari, la barba folta

divenne moda, come se, sentendosi deboli, ci si voles-

se assicurare sulla propria virilità e baldanza.

(Karl Rosenkranz)





 

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QUANDO IL BRUTTO VUOL DIVENTAR BELLOultima modifica: 2012-10-24T00:00:00+00:00da giuliano106
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