AVELLANEDA (nella camera oscura di) CERVANTES (7)

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il principe al Sant’Elia

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il

Principe

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i miei libri



 

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Se alcuni ritenevano Cervantes un uomo d’ingegno, ve

ne furono (molti) altri (in quel periodo) che non lo con-

sideravano altro che uno scrittore inacidito e amaro, il

frutto più riuscito…. di un fallimento….

 

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Uno di questi ultimi fu senza dubbio il protagonista del-

l’episodio più controverso della carriera letteraria di Cer-

vantes, l’apparizione, nell’autunno del 1614, di un Chi-

sciotte apocrifo, firmato sotto la maschera di un tal Alon-

so Fernàndez de Avellaneda e di una tipografia di Tarra-

gona, a cura del libraio Felipe Robert.


‘Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quixote de la

Mancha’, ‘che contiene la terza uscita ed è la quinta par-

te delle sue avventure’;


s’intitolava il libro.

 

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La notizia dovette avere l’effetto di una mazzata per

Cervantes, anche perché la tipografia (o meglio la casa

editrice, per meglio inserirla nel contesto culturale e so-

ciale dei nostri tempi, era prestigiosa, rinomata, e dichia-

ratamente ‘progressista’….).

Abbiamo visto che l’abitudine di plagiare, copiare e con-

tinuare trame, storie e romanzi di altri autori era prassi

comune.

Metà di Shakespeare è fatta così.

 

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La Celestina ebbe un’infinità di imitazioni, la Diana di

Montemayor si prolungò in un’altra Diana non meno me-

ritevole per mano di Gil Polo, Lazarillo de Tormes si ri-

trovò fratelli per tutta la Spagna e lo stesso Cervantes

terminava la prima parte del suo Chisciotte con un ver-

so dell’Orlando furioso dell’Ariosto….

Chiunque si nascondesse sotto il nome Avellaneda rac-

colse il guanto e tentò di precedere Cervantes, convinto

di poterlo fare con più salda ispirazione.

 

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In primo luogo lo giustificava e lo aiutava nel compito

il fatto che lo stesso Cervantes avesse confessato nel cor-

so della prima parte che la storia di Alonso Quijano era

già raccolta negli annali della Mancha e nella cronaca

che di tali avventure aveva fatto lo storico moro Cide

Hamete Benengeli.

Avellaneda approfittò della finzione cervantina per en-

trare in ciò che credeva fosse di pubblico dominio, in ciò

che pensava appartenergli in un probabile contesto cul-

turale, in realtà fra i due, l’artista e il falso, corre un ma-

re di storia.., (soprattutto quando il falso in questo speci-

fico caso non possiede minimamente le doti che lo posso-

no mettere sullo stesso piano competitivo dell’originale,

come nella ‘cronaca’ di VM e Vermeer. In quel caso, ap-

punto, abbiamo due artisti con un codice genetico parti-

colare, padroni della propria capacità e conoscenza arti-

stica i quali sono ‘continuatori’ di una scuola, dove la ca-

pacità è il marchio di fabbrica non meno dell’ingegno e

la ‘tecnica’ di riprodurla e quindi proporla ad un clien-

te sempre più esigente che ne evedenziava lo stile non

meno della ‘riproducibilità’ fra l’oggetto riprodotto e

la tela che lo contiene.  

Per questo la scelta dei soggetti, gli interni, le dimen-

sioni, le prospettive, i colori, lo sfondo, le ombre, le lu-

ci e molto altro ancora.  La tecnica non era minor cosa,

né al di sotto del puro ‘merito ed istinto atto creativo’.

Al contrario di quanto succederà meno di due secoli do-

po in altri luoghi. Ed al contrario di quanto succede oggi

dove la stessa tecnica non può e deve riconoscersi nello

stile e nell’opera di questi autori…, eccetto che, per me-

glio comprenderli e comprendere il nostro passato irri-

mediabilmente svuotato dei valori essenziali per quella 

stessa sua ‘riproducibilità’ privata, però, dei suoi conte-

nuti essenziali…..

VM in pratica non si considerava un falsario, ma una

sorta di ‘prosecutore’, che padroneggiava sia la capaci-

tà artistica, sia la capacità di sovrappore la stessa in un’-

opera di ‘prosieguo storico’ con un suo ‘illustre antenato’.

Una sorta di alunno della premiata ‘bottega Vermeer’,

forse fu proprio questo che l’opinione pubblica raccol-

se all’epoca dei fatti. Forse fu proprio per questo che ta-

luni musei conservano, senza imbarazzo, talune opere

di VM, distinguendolo da volgari ciarlatani…..).

 

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Cervantes fu raggiunto dalla notizia dell’apparire di un

concorrente quando si trovava già oltre la metà nella ste-

sura della seconda parte, al capitolo LIX, e la prima cosa

che attirò la sua attenzione fu la sfilza di insulti che Avel-

laneda gli rivolgeva in un prologo. La sfilza di calunnie,

la sfilza di minacce…, che appartengono ad un modello

di insolenza noto alla storia…:

 

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lo chiama vecchio e monco, come se fosse stato in suo po-

tere, avrebbe detto lo stesso Cervantes, fermare il tempo

o non perdere la mano nella più gloriosa battaglia che i

secoli mai videro.

Lo incolpava anche l’Avellaneda di essere ‘aggressore

dei propri lettori’ a causa del suo prologo al Chisciotte,

e per il prologo alle Novelle esemplari lo tacciava di su-

perbia.

La reazione di Cervantes non si fece attendere:

a partire da quel capitolo si sarebbero moltiplicate le al-

lusioni ad Avellaneda e al suo falso Chisciotte nel testo

di quello vero.

 

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Di che cosa stiamo parlando?

Cervantes farà in modo che arrivi all’orecchio dello stes-

so don Chisciotte l’esistenza di un tale che andava di qua

e di là rubandogli il nome, il che gli suscitava il riso (già

questo fatto, sappiamo dai tempi di Aristotele, era un at-

to di superbia che difficilmente poteva essere perdonato….

– vedi Umberto Eco -), o anche a volte l’ira.

Va ancora oltre Cervantes.

 

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Mette sul cammino del suo vero cavaliere qualcuno che

dice di essere stato insieme al falso Chisciotte e di avergli

parlato, affinché lui, quello buono, quello autentico, trag-

ga dall’errore, con gentilezza e rassegnazione, il proprio

interlocutore, don Alvaro Tarfe, invenzione di Avellane-

da (un po’ ciò quello che avviene in questo stesso momen-

to, e, come insegna il buon ed aristocratico Cervantes….,

concede carta di ‘naturalità‘ all’ottuso mascherato… ,e..,

come già detto… stupido ‘contendente’).

D’altra parte Cervantes, sempre più incalzato, di sicuro

affrettò la stesura della parte rimanente, con l’ansia di 

portare in piazza di nuovo il suo vero ed eretico Chisciot-

te e con la speranza che questi togliesse di mezzo l’impo-

store (ma sappiamo anche che l’impostura è parte inte-

grante di una certa cultura……).

 

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Nessuno dubita che la pubblicazione di quello di Avella-

neda dovette colmare Cervantes di indignazione e di im-

potenza, ma il tiro dell’anonimo fu beneficio per la trama

del vero Chisciotte (per cui … grazie Avellaneda, senza

il tuo prezioso aiuto mai avremmo potuto perfezionare

rima più bella…..).

E il genio di Cervantes non esitò a portare sul piano del-

la finzione avvenimenti che erano appena accaduti nella

realtà.

La realtà della sua letteratura (come ogni eretico….) am-

metteva la realtà falsa di un apocrifo, perché tutto è me-

scolabile sul piano di ciò che è fittizio (ed aggiungerei

che in tal modo rendeva il lettore capace del suo giudi-

zio in merito, in un infinito gioco di specchi, dove la let-

teratura si confondeva con altro…, ma l’altro non va

scartato…va adoperato.. o meglio va inserito nel conte-

sto che più gli appartiene…).

Cervantes dava così inizio, in tutta la sua ‘Perfezione’,

alla metaletteratura……

(Prosegue…..)




 

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AVELLANEDA (nella camera oscura di) CERVANTES (7)ultima modifica: 2013-05-27T00:00:00+00:00da giuliano106
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