IL MERCANTE DI ARMATURE…. (finché c’è guerra c’è speranza) (3)


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il mercante di armature: 1488 da milano a mont-saint-michel (3)










Con i loro carichi di corazze, gorgere, cosciali, elmi e altre parti di

armature da combattimento, più sobrie e rustiche di quelle da tor-

neo, ma non meno ‘meccanicamente’ ingegnose, i mercanti armatori

milanesi poterono farsi alare in barca lungo l’alzaia del Naviglio

Grande fino al Ticino, per poi prendere la strada di Torino.

Qui era il capoluogo delle terre piemontesi del ducato di Savoia,

che non avevano ancora definitivamente orientato i loro destini ver-

so l’Italia, anche se già uno di loro aveva tentato di prendere Milano.

In realtà si barcamenavano a tener insieme i loro compositi domini,

cosa resa difficile dai troppi figli: Ludovico, il padre di Bona già reg-

gente di Milano per il figlio minorenne Gian Galeazzo, ne aveva avu-

ti diciotto dalla moglie Anna di Lusignano.

Il re di Francia tendeva a considerare i Savoia come i suoi vassalli; di

recente lo stato era stato retto da Iolanda, la sorella del re di Francia

Luigi XI, quale moglie, e poi vedova, dell’epilettico Amedeo IX, che

si guadagnò la beatificazione per la sua carità.

Ora era duca un figlio di Iolanda, Carlo I detto il Guerriero, e la Fran-

cia aveva stroncato certe sue velleità di espansione.

 

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Di là dalle rosse mura di mattoni, Torino vedeva le verdi colline che

scendevano al Po e, all’orizzonte, le montagne apparivano vicine. La

città era piccolissima; salvo alcuni borghi lungo le strade foranee, sta-

va racchiusa nel rettengolo delle 72 insulae della colonia romana.

Le mura antiche erano state ripristinate e continuavano a servire alla

difesa.

Il castello degli Acaia era stato costruito sul sito della porta decumana,

al lato nordorientale della città; al principio del secolo si erano aggiun-

te le due torri poligonali, che ancor si vedono nella facciata posteriore

di Palazzo Madama. La città non aveva nulla della pacata atmosfera

barocca che ancora la contraddistingue, ma nella via Dora Grossa che

era la strada commerciale, case a tre piani si allineavano ordinate, già

con le arcate di portici in facciata. 

Le Alpi si traversavano al Moncenisio, il valico più comodo tra il Pie-

monte e la capitale del ducato di Savoia. Ci si arriva seguendo a ritro-

so il corso della Dora Riparia, lungo la valle di Susa, vigilata all’im-

bocco, la Chiusa, dalla Sagra di San Michele, un’abbazia che fa corpo

con un cocuzzolo di monte.

Sul percorso, nel borgo di Avigliana prima dell’inizio della valle, alla

Sagra e infine a Susa, è facile rievocare, nel paesaggio e nelle architet-

ture sensazioni antiche. Il tardo gotico piemontese e i primi beluginii

di forme rinascimentali si esprimono nel bel cotto color sangue.

A Susa il borgo dei Nobili, fuori città dalla cinta romana, era nato per-

ché non trovava alloggio nella cittadina la corte dei conti sabaudi quan-

do aveva posto qui una delle sue sedi.


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Prima di affrontare la salita al valico si faceva tappa a Novalese, dove

si tenevano i muli di carico. Novalese è il nome di un’abbazia antica, e

allora potente, che sorge poco discosto.

Subito di là del valico del Moncenisio, m 2084, il grumo di case si chi-

ama la Ramasse; ricorda la slitta di ramaglie con cui i giovani monta-

nari facevano scivolare a valle i viaggiatori, risparmiando loro fatica,

forse a prezzo di accresciuti rischi.

Dal passo si scende in Savoia nel folto di abetaie.

Di fronte biancheggiano i ghiacciai della Vanoise. La valle dell’Arc, la

Maurienne, è come una ferita nella montagna, selvaggia e grandiosa;

dal basso, fra enormi pendii di boschi devastati dai torrenti, nemmeno

si indovinavano le sovrastanti nevi.

Vicino a dove l’Arc arriva nell’Isère, si alza su una roccia il formidabile

castello di Miolans. Poco oltre è Chambéry, la capitale sabauda, nell’-

ampia sella tra l’Isére e il lago del Bourget. Un dedalo di strette viuzze

assediava il castello, che era stato ingrandito e reso se non meno arci-

gno almeno più comodo pochi decenni prima.

Nel 1452 era pervenuta ai Savoia, al termine di una catena di eredità e

donazioni, la Sindone, il sudario di Cristo, ma al momento del viaggio

degli armorari di Milano non era ancora ultimata la Sainte Chapelle, al

suo trasferimento a Torino.

(Lorenzo Camusso, Guida ai Viaggi nell’Europa del 1492)





 

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IL MERCANTE DI ARMATURE…. (finché c’è guerra c’è speranza) (3)ultima modifica: 2013-09-05T03:00:00+00:00da giuliano106
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