02/09/2010

UNA METAFORA

DAGON                                                                yuhjnmjkml.jpg

Scrivo in uno stato

di tensione

insostenibile.

Fra poco sarà

l'alba e, allora,

io non 

esisterò più.

Privo d'ogni

mezzo, privo

della droga che

- sola - mi ha

consentito fino ad

oggi di sopravvivere ai

miei incubi, non mi rimane altro modo per sottrarmi al tormento:

mi getterò dall'alta finestra di questa soffitta, nella squallida strada sottostante.

Tuttavia io non sono un debole.

E' vero sono schiavo della morfina, ma non sono un degenerato.

Quando avrete finito di leggere quello che, tra i brividi della febbre, sto scrivendo, forse

riuscirete a comprendere le mie ragioni.

La mia vicenda ebbe inizio in una delle zone più aperte e meno frequentate dell'immenso

Oceano Pacifico, quando la nave mercantile inglese sulla quale ero imbarcato venne catturata

da un vascello corsaro tedesco.

La Guerra Mondiale era allora ai suoi inizi, e il comportamento sul mare dei tedeschi non era

ancora arrivato al livello di atrocità che raggiunse più tardi.

Noi prigionieri fummo perciò trattati con ogni riguardo, e la sorveglianza cui eravamo

sottoposti era così allentata che, dopo soli cinque giorni dalla cattura, riuscii a fuggire.

Mi trovai solo, su una piccola imbarcazione, in mezzo all'oceano sconfinato.

Avevo però con me cibo ed acqua sufficienti per un lungo periodo.

Per molti giorni andai alla deriva, senza avere la minima idea della mia posizione.

Possedevo soltanto poche rudimentali nozioni di navigazione: bastanti, tuttavia, per

presumere, mediante l'osservazione del sole e delle stelle, che mi trovassi di poco a 

sud dell'equatore. Della longitudine non avevo la minima idea, né riuscivo a scorgere 

alcuna isola o litorale.

Non c'era una sola nuvola in cielo e continuavo a farmi trascinare dalle correnti sotto il

sole incandescente sperando nel passaggio di una nave, o che il mare mi gettasse sulla

spiaggia di qualche terra abitabile.

Ma i giorni si susseguivano senza che riuscissi a vedere né navi né terre, e cominciavo a

disperare solo com'ero in quell'immensa, azzurra, ondulante uniformità.

Quando si verificò il mutamento stavo dormendo profondamente.

Ciò che successe in realtà, non lo saprò mai: da giorni ero preda di un sopore continuo, 

popolato di sogni spaventosi. In quel momento di veglia, mi scoprii quasi sommerso dalla

distesa minacciosa di una palude grigiastra, che si allargava tutt'intorno, a perdita d'occhio,

in monotone ondulazioni. A breve distanza da me, era incagliata la mia barca. 

Sarebbe naturale attendersi che, di fronte ad un cambiamento di scena così straordinario ed

inaspettato, la mia prima reazione fosse di stupore. Invece, più che meravigliato, mi sentii

preda di un orrore indescrivibile.

Nell'aria velenosa e nel suolo putrescente, avvertivo infatti qualcosa di sinistro che mi

ghiacciava il sangue. L'ambiente era reso fedito dalle carcasse di pesci in decomposizione, e

da altre cose meno riconoscibili che affioravano dalla melma immonda di quella palude

senza fine.

Nessun suono giungeva alle mie orecchie, e null'altro si vedeva se non la sconfinata distesa

di fango nerastro. Ma erano proprio quel silenzio totale e l'assoluta uniformità di quel

paesaggio ad opprimermi con un senso di orrore e di disgusto.

Il sole sfolgorava in un cielo simile ad una lastra di piombo nella sua crudezza senza nubi.

Sembrava quasi che riflettesse la palude d'inchiostro nella quale mi trovavo prigioniero.

Strisciando faticosamente, raggiunsi la mia barca incagliata e, mentre avanzavo, mi convinsi

che c'era una sola spiegazione per lo stato in cui mi trovavo: a causa di qualche misterioso

movimento vulcanico, una parte del fondo marino era risalita in superficie, riportando alla

luce regioni che per innumerevoli milioni di anni erano rimaste celate nella tenebra

insondabile degli abissi oceanici. Tanto vasta era l'esistenza della nuova terra sollevatasi

sotto di me, che non mi era possibile, per quanto affinassi l'udito, cogliere neppure il più

tenue e lontano rumore del mare.

Melma e cose morte si estendevano a perdita d'occhio, e non c'erano uccelli marini in cerca

di preda fra le carcasse.

Cupo e pensoso, rimasi per ore rannicchiato nella mia barca.

Il suo scafo, coricato su un fianco, mi offriva riparo dai raggi cocenti del sole che si spostavano

nel cielo. A mano a mano che il giorno si dipanava, il terreno intorno a me perdeva un poco

della sua viscosità, promettendo di indurirsi abbastanza perché, di lì a poco, potessi camminarvi

senza fatica.

Quella notte dormii solo a tratti, e il giorno successivo preparai un fagotto da portare sulle

spalle, carico di provviste e d'acqua, deciso a mettermi in cammino in cerca del mare scomparso

e di un improbabile soccorso.

Il terzo giorno, il terreno era abbastanza solido da potervi camminare sopra agevolmente.

Il fetore del pesce decomposto mi nauseava, ma non era certo quella la maggiore delle mie

preoccupazioni. Mi incamminai dunque verso una destinazione ignota e, per tutto il giorno,

continuai ad avanzare faticosamente verso ovest, diretto ad una lontana altura che, come

avevo scoperto era l'unico rilievo che dominasse quel deserto ondulato.

Scesa la notte, sostai e ripresi il cammino il giorno seguente, sempre nella medesima direzione.

L'altura tuttavia, non sembrava più vicina di quando l'avevo scorta per la prima volta.

Era ormai quasi notte quando riuscii a raggiungerne la base; e allora mi si rivelò molto più

alta di quanto non mi fosse apparsa quando la osservavo da lontano, nella piattezza uniforme

del terreno. Troppo esausto per tentarne la scalata, mi sistemai per passare la notte, e mi

addormentai.

Non so perché i miei incubi fossero così orrendi.

So soltanto che la falce della luna calante non era ancora alta nel cielo, verso est, quando mi

svegliai madido di sudore gelato, deciso a non riprendere sonno. Le visioni che avevo avuto

erano troppo spaventose perché potessi sopportarle di nuovo, solo in quella desolazione

tenebrosa.

Il chiarore della luna, tuttavia, mi fece riprendere animo, e allora compresi che ero stato

sciocco a voler viaggiare di giorno. Senza il fulgore ardente del sole, il cammino sarebbe

stato più facile. In quel momento, infatti, mi sentivo più riposato e disposto a tentare la

scalata che mi aveva scoraggiato al tramonto.

Ripresi quindi il viaggio, diretto verso la cima dell'altura.

L'uniformità monotona di quella distesa ondulata era per me, come ho detto, fonte di un

orrore sottile ed indefinibile. Ma ben più grande fu il mio orrore, giunto sulla vetta e gettato

uno sguardo in basso dall'altro versante, mi trovai sospeso su un baratro immenso, i cui

recessi profondi e macchiati di tenebra la luna non era arrivata a illuminare.

Mentre cercavo di affondare lo sguardo in quel caos oscuro, mi sentii orrendamente solo

sull'orlo estremo del mondo. Nel mio terrore, lampeggiarono improvvisi ricordi del

'Paradiso perduto', il poema di Milton letto in goiventù, e della scalata di Satana attraverso

i regni delle tenebre, immensi e senza forma.

Quando la luna fu alta nel cielo, mi accorsi però che il terreno ai miei piedi non era scosceso

come avevo immaginato. Nella parte iniziale, molte sporgenze rocciose fornivano punti di

appoggio per un'eventuale discesa: poi, ad un certo punto, il pendio diminuiva.

Spinto da un impulso che si sottrae ad ogni analisi, cominciai la discesa del primo tratto, il

più difficile, per fermarmi sulla china ripida che seguiva.

Lì, la mia attenzione fu catturata da una paurosa massa che, dalla parte opposta dell'abisso,

si alzava diritta per una trentina di metri.

Si trattava di un monolite biancastro che risplendeva nel chiarore della luna nuova in ascesa

nel cielo.

Era soltanto un gigantesco blocco di pietra: mi rassicurai in fretta. Ma non potevo riconoscere

che la sua sagoma e la sua collocazione non erano in alcun modo ascrivibili all'opera della

sola natura. Un'osservazione più attenta suscitò in me sentimenti diversi e inesprimibili:

dovetti arrendermi all'idea che, malgrado le sue dimensioni ciclopiche e la sua posizione in

un abiso che si era spalancato sul fondo del mare agli albori Terra, quel monolite titanico

aveva senza dubbio conosciuto l'opera dell'uomo, e l'adorazione religiosa di popoli ignoti.

Sbigottito, e tuttavia pervaso da quel brivido di piacere che ben conoscono gli scienziati

e gli archeologi di fronte all'imponderabile, scrutai con maggiore attenzione ciò che mi

stava attorno. La luna che ormai era quasi giunta allo zenith, faceva piovere una luce

vivida e irreale sopra i picchi torreggianti che sovrastavano la voragine, permettendomi

di scorgere, sul fondo, un'ampia distesa d'acqua che si allargava in un senso e nell'altro,

quasi lambendomi i piedi sul pendio in cui mi trovavo, e bagnando con piccole onde la

base del titanico monolite al di là della voragine.

Sulla superficie dell'immensa pietra potevo ora distinguere alcune iscrizioni e delle

rozze figure scolpite. Le scritte erano in geroglifici che mi risultavano ignoti, ma che in

un certo senso erano riconoscibili, perché si rifacevano a simbolismi figurativi dal valore

universale. Tra forme confuse, scorgevo le immagini di pesci, anguille, polipi, crostacei,

molluschi, balene ed esseri simili. Altre incisioni, delineavano creature marine ignote al

nostro mondo. Creature le cui forme in decomposizione - mi resi conto - io avevo

osservato nella palude di melma nera sorta dal fondo dell'oceano.

Furono i bassorilievi, tuttavia, ad esercitare su di me il fascino maggiore.

Perfettamente visibili grazie alla loro smisurata grandezza, una serie di sculture sull'altra

riva esibivano forme che avrebbero suscitato l'invidia di Gustave Doré.

Forse (ma non ne sono sicuro), volevano raffigurare degli uomini; più probabilmente, una

specie particolare di uomini. Erano creature ritratte mentre nuotavano come pesci nelle

profondità di qualche grotta sottomarina, o mentre rendevano devoto omaggio ad altari

monolitici sommersi anch'essi dalle acque.

Il loro aspetto non oso descriverlo.

Edgar Allan Poe o Bulwer Lytton non avrebbero saputo immaginare nulla di più grottesco:

figure nel loro insieme ancora diabolicamente umane, malgrado le mani ed i piedi palmati,

le labbra orribilmente rigonfie e flaccide, gli occhi vitrei e sporgenti, ed altre caratteristiche

ancora più orribili da ricordare. Inoltre - fatto curioso - le loro raffigurazioni erano del tutto

sproporzionate rispetto all'ambiente: una di esse per esempio, era rappresentata nell'atto di

uccidere una balena che appariva poco più grande di lei.

Il loro aspetto grottesco e le loro dimensioni bizzarre non mi sfuggirono; conclusi, che si

trattava senza dubbio delle divinità immaginarie di qualche comunità primordiale, ignorata

da tutti, i cui ultimi discendenti erano scomparsi dal nostro pianeta migliaia di anni prima

che nascesse il progenitore dell'uomo di Piltdown o dell'uomo di Neanderthal.

Ero perso in fantasticherie su quel passato così remoto da superare tutte le più ardite teorie

antropologiche, immerso nella luce lunare che creava riflessi sull'acqua silente, quando,

d'improvviso, la vidi.

Con un solo lieve risucchio a testimonianza della sua emersione, la cosa incredibile scivolò

fuori dall'acqua tenebrosa davanti ai miei occhi. Titanica e repellente, la mostruosa creatura

si lanciò verso il monolite, poi lo cinse con le sue gigantesche braccia coperte di squame,

curvando la testa orribile e emettendo urla ritmate.

Fu in quel momento,

credo, che caddi in                                                                     2233.jpg

preda alla follia.

Della mia frenetica

risalita su per il pendio

roccioso, e del mio viaggio

verso la barca incagliata,

rammento ben poco.

Credo di ricordarmi che

cantai a lungo, e risi

convulsamente quando non

mi riuscì più di cantare.

Ho la vaga reminiscenza di

una grande tempesta scoppiata

poco dopo che ebbi

raggiunto la barca.

So di certo che udii grandi

fragori di tuono, e gli altri ululati

che la natura leva al cielo nei suoi

momenti più selvaggi.

Quando emersi dalla tenebra, mi ritrovai in una stanza d'ospedale a San Francisco, dove

ero stato portato da una nave americana che aveva avvistato la mia barca in mezzo

all'oceano.

A quanto pare, nel delirio avevo parlato molto, ma nessuno, ovviamente aveva prestato

soverchia attenzione a ciò che dicevo. Di maremoti o altri sconvolgimenti tellurici nella

zona del Pacifico in cui ero stato raccolto, i miei salvatori non sapevano nulla.

Né io ritenni opportuno ripetere anche da sveglio ciò che senza dubbio avevo già raccontato

durante il delirio: nessuno, peraltro, mi avrebbe creduto.

Un giorno, venni in contatto on un etnologo famoso, e gli feci alcune domande sull'antica

leggenda filistea di Dagon, il Dio-Pesce. Ma mi resi conto subito che lo studioso non era

in grado di uscire dal ristretto campo delle curiosità libresche, e non spinsi oltre la mia

indagine.

E' di notte che vedo quella creatura orrenda, specie quando la luna è falcata.

Ho cercato soccorso nella morfina, ma la droga mi ha donato un sollievo temporaneo.

Alla fine, non ho ottenuto altro risultato che aggiungere la sua schiavitù a quella del 

mostruoso ricordo.

Ormai, non mi resta che porre la parola fine a tutto ciò, dopo aver avuto il coraggio di

scrivere quanto ho visto per l'informazione - o il divertito disprezzo - dei miei simili.

Mi domando spesso se non può essere stata tutta un'allucinazione, la conseguenza di 

una febbre provocata dal sole ardente mentre deliravo nella barca, preda delle correnti.

Me lo chiedo: ma, sempre, l'incubo mi risponde di no, rinnovandosi ogni volta più 

orrendamente vivido.

Non posso pensare all'oceano senza rabbrividire all'idea delle creature senza nome,

simili a noi, che in questo medesimo istante strisciano e si dibattono nel fango dei suoi

abissi; che adorano con riti blasfemi i loro remoti idoli di pietra, o sono intente a

scolpire i propri ripugnanti ritratti su sommersi obelischi di granito verdastro.

Penso al giorno, forse vicino, in cui le loro gigantesche braccia squamose si leveranno

dai flutti per trascinare sul fondo, nei loro artigli immondi, quanto resta dell'insignificante

genere umano sfibrato dalla guerra.

Quel giorno, forse, i continenti stessi si inabisseranno e il fondo oscuro dell'oceano salirà

alla luce in un cataclisma cosmico.

La mia fine è giunta.

Sento un rumore sordo alla porta, come se un'enorme mano viscida stesse raspando contro

di essa....

Ma quella mano, mio Dio, non mi troverà....

(Lovecraft, Dagon)

Da http://pietroautier.myblog.it

     http://giulianolazzari.myblog.it

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     www.giulianolazzari.com

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