ANIME (2)

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SIGN.RA CROWLEY: Vorrei chiedere se non possa basarsi su qualcosa

di diverso dal respiro, poiché le piante respirano.

DOTT. JUNG: Verissimo. La respirazione delle piante però è una sorta di

concetto scientifico, e noi dobbiamo tener conto del fatto che per ciò che 

riguarda i primitivi non esistono cose come dei concetti scientifici.

Ciò che fa la pianta viene definito respirazione, ma il respiro di un animale

fa veramente muovere l’aria, e questa è una caratteristica specificatamente

animale. Per esempio, si sente l’impatto del vento, eppure non lo si vede;

diventa perciò una similitudine per le cose che non possono essere viste 

nonostante i loro effetti siano evidenti. Vediamo che un fatto spirituale,

un fatto invisibile, ha avuto luogo e ci chiediamo come sia stato provocato;

è all’opera qualcosa di invisibile, e il nostro unico esempio di una forza 

invisibile è il vento. E’ come se il primitivo fosse a modo suo terribilmente

imbarazzato nel descrivere ciò che noi chiameremmo effetti psichici. 

Poiché il corpo caldo, dice che deve esserci una fiamma, oppure deve esserci

un respiro poiché il corpo respira, o sta succedendo qualcosa di soprannaturale

perchè sente freddo. Un vento freddo è sempre stato il segno di una presenza

spettrale. Nelle sedute spiritiche succede davvero: si sente un soffio di aria fredda

che precede la manifestazione dello spirito, come se qualcuno fosse passato 

molto velocemente. Si suppone che si tratti di uno spirito, il che significa:

– Sono turbato perché un vento freddo mi ha colpito.

Questa è l’idea di un effetto spirituale. Non c’è niente da vedere e niente su 

cui si possa poggiare le mani, non c’è niente. Ma il fatto è che l’aria si è mossa

(nello stesso istante), ed è una sensazione molto particolare quando per la prima

volta si sente (parlare) uno sbuffo di aria molto fredda innegabilmente reale.

E’ naturale pensare che si tratti di un’allucinazione, ma la gente ha avuto queste

allucinazioni fin dalla creazione del mondo.

In ogni cultura è possibile scoprire esattamente lo stesso fenomeno, sia che 

stiate partecipando a un incontro spiritistico in Cina, in Tibet, con i beduini sul 

deserto africano o a New York. 

(C. G. Jung)

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ANIME

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Inoltre, in questo tipo di vita, le oscillazioni stagionali sono molto

meno violente.

E’ naturale che siano meno violente per qualcosa che è radicato nella

terra; un albero non può tirare fuori i piedi dalla terra.

L’animale può saltare via, può permettersi di turbarsi, di eccitarsi, e

perciò ne trae vantaggio e indulge nella sua eccitazione, come facciamo

noi; la maggior parte della gente indulge nel proprio turbamento, le

piace essere eccitata e saltar via, mentre coloro i quali hanno una nozione

della vita degli alberi sentono che questa eccitazione è per niente positiva.

E’ per questo che nello yoga cinese o indiano il primo principio fondamentale

è che si rinunci alle proprie emozioni, che ci si ritragga da esse; è come se

ci si allontanasse dalla curva del corpo animale che procede a scosse in quel

modo insensato.

SIG.RA SAWYER: In certa misura le piante dipendono dalla vita animale.

DOTT. JUNG: Sì, nella simbiosi tra piante e animali.

DOTT. BARKER: Sembra esserci un’associazione tra questa idea e il

vegetarianesimo. I vegetariani si considerano molto più spirituali dei carnivori.

PROF. DEMOS: Si potrebbe forse dire che la comparsa dell’ellenismo sulla

scena della cultura orientale corrisponda all’evoluzione dell’animale dalla

pianta? Intendo dire, la prospettiva occidentale è la volubilità, mentre le piante

sono padrone di sé, come l’Oriente.

DOTT. JUNG: Assolutamente, è quello che penso.

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25 FEBBRAIO 1931 (sera)

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Questa rappresentazione mentale trae origine dalla supposizione che coloro

che emettono respiri potenti, che producono un vento potente, devono essere

spirituali poiché producono qualcosa che ha una natura invisibile, come corpi

fatti di respiro e che non possono essere visti, ma che escono dalla bocca. Si è

sempre pensato che l’anima uscisse dalla bocca. Le parole sono corpi aeriformi,

suoni invisibili, perciò si presume siano spiriti. Eppure questi sono tutti fraintendi

menti animali, perché le cose veramente spirituali sono in ogni caso invisibili ai

nostri occhi, per noi sono principi diametralmente opposti, il principio della vita

vegetale che è interamente opposta, una forma di vita diversa. La vita dello spirito

è un contrasto assoluto, e per questo ci si accorge che, comunque lo spirito si manifesti,

è ostile a molte forme della nostra vita animale, alle nostre abitudini e alle nostre

convinzioni. Ogni nuova manifestazione dello spirito ha sempre comportato ogni

sorta di guai. Pensate alla manifestazione dello spirito nell’islam, o nel Cristainesimo,

sono stati versati fiumi di sangue, perché la vita delle piante ha una crescita diversa

da quella degli animali.

Vedete, la vita animale ha una crescita che può essere rappresentata così: A è l’inizio

e B è la fine della vita, si presenta come un’ascesa e una discesa. A causa delle diverse

stagioni della vita non c’è una crescita regolare, la stagione degli amori per gli animali, 

i periodi di calore, per esempio, o i cambiamenti dovuti alle migrazioni stagionali.

Per l’uomo è la stessa cosa, la crescita animale è sempre crescente e decrescente.

Bene, anche la crescita delle piante ha un’oscillazione stagionale, ma per lo più si 

tratta di una crescita di questo tipo:(AC) sino a quando, alla fine, l’albero muore 

improvvisamente. Ma fino al suo ultimo anno di vita fiorisce e produce frutti

come ha sempre fatto sin dall’inizio. 

(C.G. Jung) 

                  

  

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25 FEBBRAIO 1931

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SIG. BAUMANN: Non potrebbe significare che l’animale esprime movimento,

mentre l’albero è autosufficiente, immobile? Possiede la perfezione. In questo

senso forse esprime meglio la spiritualità rispetto all’animale che si muove

nello spazio.

DOTT. JUNG: Sì, sebbene spiritus significhi vento e animus respiro, che anch’esso

si muove. Un fortunale potrebbe essere paragonato a dei cavalli al galoppo, per

esempio; per le cose spirituali abbiamo simboli animali, senza dubbio. Lo spirito

al quale stiamo alludendo non è però una rinconcezione dello spirito in generale,

ma una concezione di un particolare tipo di spirito. In base alle vostre descrizioni,

è uno spirito autosufficiente, autonomo, che si nutre degli elementi ed è piuttosto

indipendente dalla vita animale. Denota perciò un tipo di spirito indipendente

che non è una manifestazione della vita animale. E’ come se questa ‘donna’ avesse

conosciuto, in qualità di spirito, solo la manifestazione della vita animale (attraverso

un lupo o un orso), il respiro della creatura vivente con tutti gli eccessi ed i difetti 

(parliamo di un lupo…). Ma questo non è il vero spirito.

SIG. BAUMANN: Soprattutto per un americano, si potrebbe definire lo spirito

come una forma di azione.

DOTT. JUNG: Esattamente. Invece lo spirito è anche una forma di inattività. Una 

forma di spirito si presente come un senso di turbamento. Per esempio, il vocabolo

tedesco per spirito è ‘geist’, che deriva dalla radice gotica ‘us-gaisyan’, che significa

essere turbati, emozionati. La parola svizzera ‘uf-gaista’ significa essere molto turbati.

‘Geist’ in origine si riferiva alla parola ‘ghost’, si potrebbe dire quindi che uno spirito, 

uno spettro, denoti un turbamento. L’irritabilità, l’eccitazione dei cavalli focosi, nella

nostra concezione, è ‘geistig’. Le radici delle parole rimandano alle immagini che 

sottendono la nostra rappresentazione mentale, possiamo perciò concludere che lo

spirito, ‘Geist’, l’anima, è un soffio, il “respiro dalle nostre bocche”. Ma per contraddis

tinguerlo da ciò che si potrebbe chiamare un fraintendimento animale, l’inconscio

reputa che la vita spirituale autentica sia assimilabile alla crescita delle piante.

E’ la condizione orientale – della Cina o dell’India – ma non la nostra concezione

occidentale. In occidente lo abbiamo identificato con ciò che chiamiamo ‘Geist’.

La gente comune definisce tuttora le grandi menti come grosse ‘Geister’. Il 

vocabolo inglese ‘mind’ (mente) è di gran lunga migliore del tedesco ‘Geist’,

ma in tedesco è più significativo. In Francia sarebbe ‘grand esprit’; lì pensano

che gli esseri umani, essendo animali, potrebbero essere grandi spiriti.

(C.G. Jung) 

(dedicato ad una piccola occidentale) 

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PEDALANDO SUL MAR BALTICO GHIACCIATO (7)

Passata la prima tremarella, quel dondolìo                              berarellimini1.jpg 

ci parve poi la cosa più naturale.

Del resto anche quel ghiaccio era naturale

a suo modo.

Battendovi il piede, l’orma si imprimeva

per un paio di centimetri e s’empieva di

acqua.

A fianco del vapore, uno di qua e uno di là,

due altri rompighiaccio guizzavano senza

posa innanzi e indietro vietando ai lastroni di rinsaldarsi. Saltando dall’uno all’altro, come

vedevamo fare gli uomini, arrivammo alla scaletta e salimmo sulla nave. Mentre eravamo

così a bordo giunse da terra un fotografo in slitta tirata da quattro cani; piantò la sua 

macchina a un centinaio di metri; io mi arrampicai sul sartiame e così rimasi nella fotografia

che poi, per la tenue moneta di 3 marchi, mi fu mandata a Milano.

Intanto il sole stava per calare. Mezz’ora dopo, senza essere ancora tramontato, s’era

completamente spento nelle brume dell’orizzonte. Allora si produsse in noi, che eravamo

ridiscesi sul ghiaccio, un’impressione improvvisa di freddo e solitudine. Cessati i riflessi

dell’astro, una tinta plumbea si diffuse su ogni cosa. Nel vapore si erano accese luci di 

lampade che si scorgevano nelle finestre dei fianchi. Aveva ora i fuochi di posizione: il

fanale bianco fra la prora e il trinchetto, quello rosso di babordo sul fianco destro, il verde

di tribordo ci restava nascosto. 

I rompighiaccio continuavano con sordo rumore l’opera loro, bassi e striscianti, quasi 

nell’ombra. 

A casa, a casa presto!

Troppo ci eravamo attardati. Sentimmo che quel naviglio ci era estraneo, che eravamo soli

e non dovevamo perdere tempo. Ci colpì come cosa impensata il ricordo delle biciclette

abbandonate là, nella sterminata accozzaglia di rottami ove dovevamo ritrovarle, prestissimo,

prima che le tracce se ne perdessero nel crepuscolo.

Presto, presto!

Filammo, con le ali ai piedi e per verità il cammino, col quale ci eravamo famigliarizzati, 

senza più le distrazioni della venuta né i dubbi, ci parve e fu ben più breve. In venti minuti

fummo alla barriera e Ach Gott, ja, ja! ci trovammo proprio davanti a noi, per un vero 

miracolo, dormenti sul loro piedistallo le nostre biciclette.

E come fu?

Quel tratto a buche, che ci era apparso quasi impraticabile, ora, nella febbre del ritorno, ci

sembrò tutt’altro: molto più facile. Ah, l’esperienza che maestra!

Si accesero nella penombra della costa i due fari di Travemunde.

Ach Gott, ja, che comodità!

Uno basso, rosso, fisso; l’altro più alto, ammiccava a eclissi, mezzo minuto scintillante, mezzo

minuto spento. E ci chiamavano a sicura meta. Noi volavamo – relativamente – vale a dire che

ormai sul ghiaccio buono andavamo a forse 15 km. Ah, quando fu finita!

Bello il mare gelato in bicicletta…..quando si mette piede a terra. 

(Luigi Vittorio Bertarelli, Insoliti viaggi)

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PEDALANDO SUL MAR BALTICO GHIACCIATO (6)

…Cenando a un piccolo albergo                                     foca1.jpg 

ebbi l’occasione di

trovarmi a tavola

di fronte a un

simpatico giovane,

biondo e

paccherotto,

uno studente tedesco

che parlava abbastanza

bene il francese.

Che piacere poter

scambiare in una lingua

che conoscevo anch’io

una chiacchierata dopo

tanto tempo di quasi assoluto silenzio! Pensate che i miei compagni fonditori non parlavano fra

loro neppure il tedesco, ma un dialettaccio detto ‘platt’, incomprensibile per me quanto il

chinese. Il mio tedesco era venuto a Lubecca anche lui per vedere la gelata del mare e

l’indomani mattina, mi disse, sarebbe andato a Travemunde con una bicicletta presa a nolo.

Idea ottima, era una fortuna, perché avrei fatto altrettando anch’io accompagnandomi a

lui. Così andammo subito a cercare un noleggio e trovammo tosto le macchine di quel

tempo.

Non ridete: 20 chili di peso e gomme tubolari.

Voi sapete forse sì e forse no cosa siano le tubolari. Le gomme pneumatiche, così confortevoli

per la loro elasticità, sono venute solo dopo quelle più piccole, formate da un anello di

gomma pittosto spessa, con un foro del diametro di 2 cm. nel mezzo, in guisa di anima

vuota, per dar loro un po’ di elasticità. Queste gomme non si sgonfiano coi chiodi,

ma in compenso ammaccavano per bene in giù dalla schiena.

La strada gelata, con ormaie profonde e dure come roccia, per fortuna quasi senza neve,

mise a prova i nostri garretti. Quei 23 km. furono un record di equilibrio e di pazienza,

ma non certo di velocità, vi mettemmo forse un’ora e mezza. Non c’è niente da ridere:

il cammino era pessimo ed anche non bisognava sconquassare le macchine che ci erano

state concesse solo contro una garanzia in buoni marchi. Avevamo lunga strada fatta una

gran mangiata di un delizioso pane ancora caldo, appena sfornato: il mio tedescone vi

aveva già bevuto su un krug di birra con due wursten aggiungendovi, come giaculatoria

di soddisfazione: Ach Gott, ja!

E’ incredibile la massa di roba che ingurgitano i tedeschi. Noi italiani -ditelo pure a fronte

alta a inglesi, francesi e tedeschi senza paura di smentita – noi italiani siamo molto più

parchi.

Tosto arrivammo al porto e al mare.                             lupo.jpg

La prima impressione fu un

po’ così così.

Il mare ghiacciato non è

punto maestoso.

Ha l’aria casalinga di una

gran distesa di campagna

senz’alberi, coperta di neve

sfatta e poi ricongelata.

Nessun candore, nessun

scintillio.

Una pianura grigiastra,

monotona, senza grandiosità,

che si perdeva in distanza nelle brume.

All’orizzonte rompeva il cerchio un filo di fumo, come se un accampamento disperso vi fosse

un fuoco acceso. A pochi passi dal porto si alzava la torre rotonda di un piccolo faro con

la lanterna a cupola sopra un terrazzo. Salimmo: il fanalista ci diede un cannocchiale.

Guardammo il fumo.

Oh, sorpresa! Era di un piroscafo – e lo seppi dopo – russo, carico di grano, in rotta forse

per l’Inghilterra, arrestato dall’improvvisa gelata e che ora si sforzava, nel modo che vi

racconterò più avanti, di riparare nel piccolo porto di Travemunde, ove sarebbe stato

obbligato a rimanere fino a primavera.

…..Fatta la provvista di cibarie scendemmo alla spiaggia, attraversammo in qualche modo,

macchina a mano, i primi 20 metri di ghiaccio disordinato, poi in sella.

Non era poi il diavolo, perbacco!

Si camminava adagio, è vero, ad un passetto di 8 km. all’ora, ma sicuri e trionfanti su una

superficie non molto diversa, in fondo, da quella di un campo di neve sciolta dal sole e

rigelata di notte. E tuttavia l’emozione nostra era grande. Avevamo sotto bensì un pavimento

che non sembrava preoccuparsi del nostro peso, ma a noi pareva di essere così insignificanti.

Insomma, si andava avanti                 volpe3.jpg

senza sprofondare.

Il giovane tedescone

sbocconcellava del pane

addentando di tanto in

tanto una salsiccia e

brontolava con una sorta

di allegria concentrata:

Ach Gott, ja;

ach Gott, ja!

Ma, dopo 3 o 4 km.,

quando già ci pareva

di dover vedere

il vapore di momento

in momento, le cose

cambiarono malamente.

La superficie del mare si fece tutta rugosa di piccole conche profonde 8-10 centimetri,

larghe 30 o 40, come certi nevai alpini alla fine d’estate. Con miracoli d’equilibrio si

poteva restare in sella, ma la ruota davanti o quella di dietro sdrucciolavano di continuo

a destra o a sinistra sul fondo della concavità.

Ach Gott, nein! espettorava quasi con violenza il mio tedesco che non poteva più rosicchiare

a sua posta. Ma tenevamo duro tutti e due. Benedette le biciclette pesanti e forti: che

strappi ai manubri! Però guai a fermarsi, non era facile rimettersi in sella.

Quel tratto di mare si era probabilmente congelato prima di acquetarsi del tutto, e mi

faceva pensare con sospetto a come sarebbe stato più avanti.

Più avanti s’incominciò invece ad andar benino……

(Luigi Vittorio Bertarelli, Insoliti viaggi)

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AL CIRCOLO POLARE ARTICO IN BICICLETTA (5)

Ormai solo 250 km. circa mi seperavano                                   Cicloturismo.jpg

ancora da Gellivar, la nebulosa meta cui

anelava da tanto tempo.

Dopo qualche ora di riposo mi rimettevo

in cammino da Lules con un’ansia

febbrile; abbandonai il Golfo di Botnia

per dirigermi a nord-ovest. La strada

assai stretta e poco buona è frequentata

solo nell’estate da qualche stolkjaerre e

da kariol, un piccolo sentiero discreto

però lo si trova sempre per la bicicletta;

si risale il corso della Lulea dapprima 

sulla riva sinistra sino a Edefors, quindi

si passa sulla destra.

Dopo Storbacken al confluente della Stora Lule e della Lule Ille elf la strada si dirige

ad ovest, finché circa 10 km. dopo Kosekats varcai finalmente il Circolo Polare in

bicicletta! Lo scopo del viaggio era ormai raggiunto! In breve arrivai quindi a

Iokkomokk, ma una grave disilussione mi attendeva. In una carta comperata a

Stockolma, di recente pubblicazione, era segnata la continuazione di quella piccola

strada sino a Gellivar; la strada invece da parecchio tempo progettata non è ancora

stata compiuta ma prosegue solo per nove km. sino ad Ostanzid sul lago Vackyisure,

a 66,38° di latitudine.

Dopo aver percorso 4235 km. mi vedevo arrestato a soli 90 km. dalla meta.

Per quanto il passaggio del Circolo Polare in bicicletta fosse un fatto ormai compiuto,

pure non mi bastava; partendo da Milano il mio obiettivo era Gellivar ed a qualunque

costo ci dovevo arrivare. D’altra parte avevo cognizione certa di una strada possibile

in bicicletta, che da Gellivar per Hakkas e Nandsum scende a Neder Kelix ed

Haparanda. Con molta fatica per la difficoltà della lingua, trovai due finni che parlavano

anche il lappone, smontai la mia ‘Triumph’ e la chiusi in un sacco, in un altro ho

posto il mio bagaglio e ieri mattina stessa mi misi in cammino colle due guide per

compiere la traversata a piedi. Varcate alcune colline, dopo 4 ore di marcia, abbiamo

raggiunto i primi campi lapponi sulle rive del lago Anaisure, nel piano compreso fra

il torrente Anajokki e il monte Addojegge. Si contava di arrivare a Gelliver in due

giorni circa, ma alcuni lapponi incontrati ieri presso Ligga ci avvertirono che, a

settentrione, da una settimana il tempo è pessimo, la neve ha già fatto la sua

comparsa: a soli sei giorni di cammino da noi una mandria di renne è già stata

assalita da qualche lupo. Abbiamo quindi affrettato: arrivammo ieri sera alle

imponenti cascate di Niommelsaska, che la Stora Lule forma uscendo dal gran

lago di Lule; la foresta vergine che la circonda e la vista dell’Ananasvare formano

un quadro magnifico! 

Più oltre i pini vanno facendosi sempre più rari, finché nella vasta landa sorgono

qua e là folti cespugli di betulla nana. Passammo la notte in una capanna lappone alle

falde del Vousmaape, fu per me un’emozione grandissima indimenticabile! 

Il sole è tramontato alle 20,45, ma alle 22 ancora alcune nuvolette a ponente presentavano

una leggiera tinta porporina; è stato un crepuscolo continuo, finché stamane alle 3,

quando ci siamo messi n cammino, il cielo cominciava già ad indorarsi. In seguito però

ad un vento gelido di settentrione l’orizzonte è andato man mano offuscandosi, tanto

che quando raggiungemmo la vetta del Dundret, che sorge a sud-ovest di Gellivar,

cominciava già a cadere qualche fiocco di neve.

(R. Gatti, Al Circolo Polare Artico in bicicletta, in ‘La Bicicletta’ 29/30 agosto 1895)

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IL PESCE SPADA (un pioniere del cicloturismo)(4)

Trentasei ore di diretto mi conducono in un fiato                               berarellimini1.jpg

da Milano a Reggio Calabria; scendo, disimballo

la bicicletta che avevo difesa per precauzione di

quei 1400 km, di ferrovia, e riparto immediatamente.

Sono le 9 del mattino.

I primi venti chilometri corrono presso a poco piani

lungo il mare, costeggiando lo stretto di Messina.

La Sicilia è a circa tre chilometri di distanza: il canale

ha qualche somiglianza col Lago Maggiore. 

Tre grossi vapori solcano lo specchio azzurro lasciandosi dietro una larga scia divergente.

Messina è schierata di fronte, candida nel sole brillante delle Madonie, non tanto alte

da nascondere a sinistra il cono nevoso dell’Etna.

Lungo la spiaggia innumerevoli imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, reti, argani 

per trarre le barche in secco, piccoli cantieri per calafati, lavanderie, qualche rudimentale

stabilimento di bagni, casotti di finanzieri, frotte di ragazzi e ragazze a gambe nude che

fanno il chiasso, pescano colla lenza o raccolgono frutti di mare: una spiaggia formicolante

di vita come quella ligure.

La campagna è ridente, simile a quella dei dintorni di Napoli, con una nota di maggior 

rigoglio. Si è sempre tra aranceti e limonaie in un inebriante acuto profumo di fiori d’arancio,

di cedro, di limone, di bergamotto: sono le nozze della natura.

Il paese, qui, è industriale: numerose e importanti filande di seta, parecchie con una architettura

disadatta di chiese mal riuscite. L’occhio, dalle finestre, vede interni disposti bene, con 

macchine perfezionate. Molti capitali sono d’inglesi, altri – e furono ritirati con jattura grave –

delle banche, massime della Generale.

Di tanto in tanto nel mare, tranquillo e senza increspature appare come un filo bianco di

spuma, che si allunga, si allunga fino a mezzo chilometro contorcendosi come un serpente,

come se un grosso cetaceo corresse colla schiena al filo dell’acqua. E un gorgo, un innocente

gorgo di quelli che ai poeti disoccupati dell’antichità suggerirono la fola di Scilla e Cariddi:

oggi anche le più fragili barchette vi si avventurano senza pensarci più che tanto.

Incontro verso Villa San Giovanni una bicicletta, l’unica che vedrò fino a Salerno.

Messina resta addietro; costeggio di fronte la riviera meravigliosa del Faro: ua miriade di

casette e di paesi lungo il mare si insegue sino alla punta estrema della Sicilia, che 

sembra immergersi nelle onde, come digradando. Soltanto la torre del Faro, col cupolino

che dai cristalli rimanda i bagliori acciecanti del sole, si stacca diritta e affusolata sulle 

acque azzurre come sentinella avanzata. E più avanti, nell’atmosfera infuocata, il gran

dosso di un monte solitario emergente dal mare: è lo Stromboli.

Una donna mi saluta e mi dice: – Venite dall’America?

Evidentemente il mio aspetto da viaggio, che del resto nulla ha di straordinario, le pare

oltremarino. Corro in mezzo a siepi magnifiche di frangola, di rovi in fiore, di ginestre

tutte gialle, di lunghi cespugli di gaggie odoranti. In quell’istante il dolcissimo ritmo di

Lola sembra sprigionarsi da ogni fiore, da mare, dal cielo rovente, dai profumi acuti:

                              Fior di gaggiolo

                    di angeli belli è pieno il cielo…..,

e lo scintillante volar delle ruote sulla strada bianca si accorda così bene coll’ambiente, che

la mia non è una corsa, è….una poesia biciclettata.

Di mezzo in mezzo chilometro, davanti alla spiaggia, a quattro o cinqucento metri da terra

sta ferma una barca, come avamposto in vedetta. Nella barca due o tre rematori pronti a

vogare, sulla prua, ritto, un fiociniere in attitudine di gladiatore che lancia il giavellotto;

nel mezzo della barca è inflitto un palo alto tre metri, alla cui estremità poggiando i

piedi su due denti di legno sta attaccato un uomo che spia.

E’ tutto l’attiraglio per la pesca del pesce spada, che la spia vede in distanza, che i rematori

rincorrono, che il fiociniere trapassa. 

(Luigi Vittorio Bertarelli, Insoliti viaggi, l’appassionante diario di un precursore)

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AL POLO AUSTRALE IN VELOCIPEDE (in attesa dello sciopero)(3)

….Wilkye non si era ingannato                  al polo australe in velocipede.jpg

sulla scelta della macchina, per

procedere prontamente e con

piena sicurezza  verso quel

misteroso polo australe, che

fino allora aveva opposto le

sue immense barriere di

ghiaccio agli arditi tentativi

delle navi di tanti esploratori.

Si poteva dire, quasi con

certezza, che egli stava per

sciogliere felicemente la

secolare questione sui

mezzi meglio adatti per

poter raggiungere quel

punto, fino allora mai veduto

da alcun essere umano.

Se le navi avevano fatto cattiva prova, se le spedizioni pedestri erano terminate quasi tutte

con un completo disastro, quella macchina leggiera ma solida, che poteva filare sopra gli

immensi campi di ghiaccio con una velocità superiore a quella dei più agili od ai più

rapidi steamers moderni, poteva riuscire nell’ardua impresa e trionfare pienamente sulla

spedizione inglese che non disponeva che dei mezzi ordinari e assolutamente insufficienti

in quelle regioni del freddo.

Era bensì vero che gli esploratori americani avevano appena allora cominciato il viaggio

e che forse gravi pericoli li attendevano sull’immenso continente polare, il quale poteva

preparare a loro delle tremende sorprese, ma pel momento dvevano essere soddisfatti

ed anche sperare nella buona riuscita della spedizione.

Infatti il velocipede funzionava perfettamente bene e divorava la via procedendo senza

scosse e senza slittamenti, quantunque rimontasse la costa che era erta assai. Le gomme

dentellate pareva che si aggrappassero alla liscia superficie dei ghiacciai e guadagnavano

terreno con tale velocità, che in pochi minuti i tre esploratori si trovarono sulla cima delle

colline.

Volsero gli sguardi verso la costa e scorsero, fermi dinanzi alla capanna, Bisby ed i sei

marinai, che li salutarono per l’ultima volta agitando i loro berretti.

– Addio amici! gridò Wilkye.

Un hurrà fragoroso fu la risposta, poi quei sette uomini scomparvero.

Il velocipede superata la cima, scendeva l’opposto versante, seguendo un burrone ricoperto

di ghiaccio, muovendo diritto verso le immense pianure che si estendevano verso il sud,

fino ai piedi della lontana catena di montagne scorta il giorno innanzi.

In tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento

che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale

scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un immenso specchio.

La temperatura non era più rigida come sula costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi

sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un

imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli

che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra,

si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere dei

grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano

però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunue si udivano crepitii e detonazioni.

Quella pianura o meglio quel deserto di ghiaccio, era però affatto spopolato. Non si

vedeva, su quella candida superficie, alcuna macchia oscura che indicasse la presenza

di qualche foca o di qualsiasi altro animale. Solamente in aria volavano pochi Aenops

aura, puzzolenti uccelli che cadendo vomitavano una tale quantità di sterco, da infettare

l’aria per parecchio tempo.

– Ebbene amici, cosa dite di questo viaggio? chiese Willkye ai due velocipedesti.

– Che se non sopraggiungono delle disgrazie, noi vedremo ben presto il polo, disse

Peruschi.

– Ed io dico che non ho mai viaggiato così comodamente, disse Blunt. Un viaggio di

3000 miglia sui ghiacci!…..Tenterebbe molte persone, signor Wilkye.

(E. Salgari, Al Polo Australe in velocipede)

Da http://giulianolazzari.splinder.com

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LA BICICLETTA (l’amante segreta)(2)

Bachaumont ricorda pure i                                                    velocipiede.jpg 

tentativi fatti da altri, in Francia,

al principiare del XVIII secolo, con

vetture e congegni diversi,

mossi dalla sola forza

muscolare dell’uomo, e narra

che allora gli inventori

richiesero al Reggente il

permesso di farne….una

esposizione!

Il permesso fu loro negato, ma

non per questo diminuirono

le smanie e il numero degli

inventori, imbevuti di false

teorie e legati alla utopia

dei congegni inutili,

complicati e pesanti.

Nondimeno, sotto

Luigi XVI, qualche altro

parto mostruoso e informe degli inventori potè, se bene fuggevolmente interessare la

frivola Corte di Versailles. Altre esperienze, in questo volger di tempo, si sarebbero fatte

in Italia: a Genova, Padova e Bologna; però nessun nome e nessuna memoria precisa

pervenne sino a noi.

L’Inghilterra, che tanta parte e tanto cospicua ebbe poi nella costruzione dei velocipedi,

ricorda la macchina di certo John Vevers, ed altri minori e trascurabili tentativi. D’altronde,

di tutte queste curiose invenzioni nulla è rimasto. Nulla che potesse dirsi utile e geniale,

non un avantreno articolato e libero, non un ingranaggio, non un principio di meccanica

anche rozza e infantile che la scienza moderna abbia potuto, sia pure trasformandolo e

migliorandolo, studiare e applicare! Ogni pagina della storia del velocipedismo, nel

primo periodo storico, dimostra luminosamente l’assoluta esattezza di un assioma principe

della scienza meccanica, oggi da tutti riconosciuto: una invenzione non vale e non

dura che per la sua semplicità.

Tutti i tentativi che abbiamo finora numerati ci presentano solo dei veicoli a tre, quattro

o più ruote. La costruzione di macchine a due ruote collocate l’una dietro l’altra

veniva a sopprimere molti dei gravi inconvenienti dei precedenti modelli, quali l’eccessivo

peso e i numerosi attriti, ed apriva la via a quella serie di modificazioni per cui i velocipedi

giunsero alla perfezione odierna. A chi per primo sia venuta questa idea non è ben

certo. I célerifères, le draisiennes e gli hobby-horses ne rappresentano però indubbiamente

le prime applicazioni.

Il periodo veramente storico                                                 draisienne3.JPG 

ha pertanto inizio nel 1790,

con la creazione di un nuovo

tipo di macchina che tutti

gli autori sono d’accordo nel

ritenere il capostipite del

velocipedismo.

Ne fu inventore, a quanto si

afferma e si ripete, un signor

de Livrac o de Civrac,

francese, che la battezzò

celerifero.

I celeriferi si componevano

di due ruote di legno poste

l’una dietro l’altra e collegate

mediante spranghe su cui era appoggiato una specie di rozzo cavalluccio, o un leone;

il cavaliere lo inforcava e a forza di spinte alternate dei piedi sul terreno riusciva a

mettere in moto la pesante macchina di legno. L’equilibrio era in certo modo ottenuto

appoggiandosi con le mani alla testa del cavallo o del leone: si dice tuttavia che le

cadute non mancassero. Per lungo tempo il celerifero non subì altri cambiamenti

che quello d’aver trasformato                                      celerifero.jpg

il nome in velocifero (mentre

era detto ‘velocipede’ la

persona che lo montasse), e

lo ritroviamo nelle caricature

degli ultimi anni della

rivoluzione francese, e

sotto l’Impero.

Nel 1800 abbiamo ricordate

– e la data e l’avvenimento

meritano veramente di esserlo – le prime corse velocipedistiche, fatte con celeriferi, ai

Campi Elisi di Parigi. La cronaca parla di vere e proprie scommesse; la modernità si

avvicinava evidentemente a gran passi, con i bookmakers e i totalizzatori….

Altra data storica e memorabile è quella del ’29 Floreale anno 12°’ (19 marzo 1804),

che vide rappresentata in un teatro parigino – il Vaudeville – una commedia intitolata

‘ I Velociferi’. Finalmente, nel 1809, la nuova macchina è anche consacrata alla pubblica

utilità, e viene usata ‘per servizio’ dagli impiegati amministrativi.

Giungiamo ora fino al 1818. Per passare dal celerifero primitivo al velocipede, era

indispensabile che nel campo della tecnica venissero risolti due problemi di capitale

importanza: render mobile la ruota anteriore affinché l’apparecchio potesse convenientemente

diretto; adattare poi ad una delle ruote un sistema di propulsione che rendesse tale

propulsione continua. Logicamente i due perfezionamenti dovettero seguirsi nell’ordine

indicato, poiché l’equilibrio sulla bicicletta è dato appunto dalla mobilità della ruota

anteriore, che permette lo sviluppo delle forze centrifughe necessarie alla stabilità.

Questo principio indispensabile, di rendere articolata la ruota anteriore alla macchina

la libertà di direzione, venne per la prima volta applicato da un barone badese, agricoltore

e ingegnere: Drais de Sauerbron.                                         KarlDrais.jpg

E dal suo nome il nuovo apparecchio venne chiamato

draisienne. In fondo, la draisienne non era che un velocifero 

articolato: il cavaliere sedeva sopra una sella e dirigeva la

macchina mediante una specie di manubrio adattato alla

ruota anteriore. Il barone Drais – a quanto riferiscono

le cronache del tempo – credette veramente di aver fatta

una meravigliosa scoperta, e si dilettò a annunziarla,

urbi et orbi, con non troppa modestia. E come ogni

eccesso chiama reazione, così la prima troppo vantata

draisienne, presentata in pubblico a Parigi, nel giardino di Tivoli, ottenne più che

altro un successo d’ilarità. 

(Umberto Grioni, Il ciclista)

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