QUANDO PERSI MIO FIGLIO

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Quando persi

Mio figlio

Da:

i miei libri

 

Dedicato alla memoria di Giovanni Segantini

 

 

Il bottaio deve intendersi di tinozze.

Ma io conoscevo anche la vita,

e voi che vi aggirate fra queste tombe

credete di conoscere la vita.

Credete che i vostri occhi spazino su un largo

orizzonte,

forse,

in realtà state solo guardando le pareti della tinozza.

Non potete sollevarvi ai suoi orli

e vedere il mondo esterno delle cose,

e così vedere voi stessi.

Siete sommersi nella vostra tinozza –

tabù e regole e apparenze,

sono le doghe della vostra tinozza.

Spezzate e rompete l’incantesimo

di credere che la vostra tinozza è la vita,

e che voi conoscete la vita!

 

 

quando persi mio figlio

 

 

 

 

 

La signora Teresa Mortot, rimasta da poco vedova, si ricordò

improvvisamente di aver perduto nove anni prima un figlio

in montagna e sembrò diventare pazza.

La sua pazzia consisteva in questo: si mise in mente che il fi-

glio era ancora vivo e che quei nove anni non erano ancora

passati; però presentiva vagamente che qualcosa di terribile

sarebbe successo e lottava, in certo modo, nella speranza di

impedirlo.

Dal balcone della sua casa, alta sopra il paese, si vedeva be-

nissimo il Vallon delle Scale e a sinistra la parete biancastra

del Sass de Mezz, donde Andrea era precipitato nove anni

prima.

Il padre Mortot era morto da tre mesi, quando Ernestina, la

figlia, cominciò a sentire la mamma alzarsi in piena notte e

girare per la casa.

Passava da una stanza all’altra, specialmente rovistando in

un cassettone dove c’erano vecchie cose, abiti, scatole, scarpe.

Che cosa cercava?

Poi Ernestina notò che la mamma ogni tanto si fermava, con

la testa un po’ piegata da un lato, come per ascoltare. Ma fuo-

ri c’era silenzio.

 

quando persi mio figlio

 

Una notte, come udì i soliti passi, la figlia si mise una sciarpa

addosso e andò a vedere. La mamma era in piedi, completa-

mente vestita, di fianco al grande letto matrimoniale.

Immobile, era intenta a ascoltare. Quando vide la figlia, por-

tò un indice alle labbra, ‘Sssss, ssss!!’, invitandola a tacere.

Ernestina vide che il cassettone era aperto e la mamma ne 

aveva tirato fuori, disponendoli in ordine sul letto, un vesti-

to, camicie, biancheria da uomo, le robe del fratello morto.

Pensava forse di venderle o utilizzarle in qualche modo?

– Cos’hai, mamma? Che cosa ascolti?

– Sssss, ssss!!

rispose lei dolcemente,

– Poco fa le sentivo.

– Chi mamma? Che è?

– Si sentivano poco fa…..lo aspettano. Passano su e giù, in-

torno alla casa….credono che io dorma….

Ernestina supplicò:

– Mamma, mamma, che cosa succede?

– Non sanno,

spiegò la signora Teresa,

– Non sanno che lui è andato a Venezia per gli esami.

– Chi a Venezia?

– Ma Andrea! Come, non lo sai?

Ernestina cominciò a capire.

– Mamma, mammina,

le disse

– Non è meglio che tu vada a dormire?

– Ssss, ssss!!

fece Teresa

– Non le hai sentite adesso?

Ma c’era silenzio, l’immenso silenzio dei boschi e delle mon-

tagne che di notte scendeva fin giù nel paese.

La mamma ora si mosse. Con precauzioni infinite si avvicina-

va alla porta che dava sul grande balcone di legno verso le

montagne. La signora faceva scorrere adagio adagio il cate-

naccio delle imposte, poi le aprì d’impeto, balzò sul balcone

guardando intorno.

Ma fuori non c’era che la notte, il riflesso della porta accesa

sugli abeti di fronte e più in là solo buio, il nero delle monta-

gne addormentate, chiuse nei loro misteri e nella solitudine.

– Eh, sono svelte, sono!

mormorò la signora Teresa col suo fine sorriso

– Non si fanno mica prendere!

– Chi mamma?

chiedeva Ernestina…

– Chi era?

La signora Teresa fece segno verso un punto indefinito, in

alto, non si capiva bene se al cielo o alle montagne.

– Guardale, guardale,

disse

– Adesso si direbbe che dormano.

Cadendo in quei giorni l’anniversario della morte di Andrea,

la figlia si guardò bene dal parlarne a Teresa, sperando che

se ne fosse dimenticata; ma alla vigilia del giorno la signora

andò a trovare il fratello Giovanni, più vecchio di lei, guida

alpina, che da anni gestiva un alberghetto e non andava più

per montagne.

 

quando persi mio figlio

 

– Giovanni,

gli disse,

– Tu domani devi farmi un piacere.

– Oh, Teresa, beati che ci si vede,

la salutò lui tanto più cordialmente, perché aveva saputo del-

le sue recenti stranezze.

– Senti Giovanni,

disse lei

– Tu domani devi condurmi sul posto.

– Che posto?

– Là, lo sai bene, sul Sass de Mezz, proprio nel punto preciso.

– Ma è impossibile Teresa,

rispose lui imbarazzatissimo.

– E’ in parete …..(non lo vedi) Tu non ci puoi arrivare…

– Oh, io sto bene, io sono ancora in gamba, ce la faccio io a

camminare, non avere paura…. conducimi fammi vedere fin

sotto almeno, là dove si comincia a arrampicare, non ti darò

fastidio, te lo giuro.

Partirono prima dell’alba.

Non si scambiarono parola.

Dopo circa un’ora il sentiero usciva dal bosco, si inerpicava

a serpentina sugli ultimi costoni erbosi e sopra c’erano le ghia-

ie e poi ancora, ai lati del vallone, le pareti solenni: nella pe-

nombra fredda dell’alba stavano immobili, raggiungendo in-

concepibili altezze; e, tra l’una e l’altra, certe gole buie con gi-

ganteschi pietroni in bilico e scoli di pietre bianche denotan-

ti recenti rovine.

– Adesso bisogna andar su di qui,

avvertì Giovanni.

E lasciarono il sentiero.

Un pendio regolarissimo di sfasciumi portava con inclina-

zione scoraggiante fino alle rocce di un balzo solo. I macigni,

via via che si saliva, diventavano sempre più piccoli, finché

furono ghiaia che smottava i piedi prolungandosi in piccole

frane.

Teresa, stanca, guardò in su, vide le lastronate grige che si

protendevano di sbieco nel vuoto, pencolando sopra di lei

con una speciale espressione, e più in alto, ma come lontano!

un gruppetto di tre esili guglie che il sole illuminava lentamen-

te.

Giovanni chiese:

– Vuoi farmarti qui? Non ti basta?

Senza rispondere, lei riprese il cammino.

Come raggiunsero le rocce, il sole non c’era più.

Uno strato informe di nubi si era steso nel cielo, molto al di

sopra delle montagne, che ne divennero grigie e stranamente

quiete.

I due finalmente si fermarono su un estrema terrazza ghiaio-

sa.

– Qui?

chiese Teresa.

Giovanni confermò con un cenno.

Lei piegò la testa a guardare la rupe che si incurvava sopra

di loro con biechi baldacchini giallastri a strapiombo.

Prosegue in:  (qando persi) mio figlio

 

(Masters, Griffy il bottaio, Antologia di Spoon River;

Dino Buzzati, Uno strano caso in montagna)

 

 

 

 

quando persi mio figlio

QUANDO PERSI MIO FIGLIOultima modifica: 2014-10-01T00:00:00+00:00da giuliano106
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