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Una notizia (fra le tante….):
Non sono molti i turisti che vanno a Nairobi, di solito sono
viaggiatori di passaggio.
Si fermano per una notte, o poco più, ma le mete del turismo
in Kenya sono altre: i parchi naturali del Masai Mara o dell’-
Amboseli, ma anche il Serengeti e il Ngoro Ngoro, che si tro-
vano in Tanzania.
Ma il turismo si concentra prevalentemente sulla costa: Mom-
basa, Malindi, Lamu…..spiagge da sogno, villaggi turistici lus-
suosissimi, dove il contatto con la popolazione si limita allo
stretto necessario per imprimere un tocco di esotismo alla va-
canza …in Africa.
Quella del turismo è una delle principali voci di bilancio del
Kenya, che tuttavia non si traduce in reali benefici economi-
ci per la popolazione, e ciò per almeno due ragioni. Molte ca-
tene alberghiere appartengono a imprenditori occidentali che
trattengono gran parte dei guadagni nelle casse dei propri
Paesi d’origine; inoltre, il turismo è concentrato nelle mani di
pochi imprenditori locali, spesso corrotti.
In questo modo, quella che potrebbe essere la risorsa più impor-
tante per la nazione si riduce a una manciata di posti di lavoro,
per giunta mal pagati.
Ma i bianchi in Kenya non sono solo turisti.
Soprattutto a Nairobi.
Sono uomini d’affari, commercianti, diplomatici, persone di
molteplici organizzazioni non governative internazionali o di-
pendenti delle molte agenzie delle Nazioni Unite, che nella ca-
pitale posseggono una vera e propria cittadella a Gigiri, dove
lavorano oltre 3.000 persone. Quindi un crocevia di interessi
‘mondiali’….
Diamo un’occhiata, invece, alla realtà locale…
Kariu è uno slum simile alle altre baraccopoli di Nairobi.
Più piccolo semmai.
Niente a che vedere con quelli di Kibera o Mathare: enormi,
sconfinati. Kibera, specialmente, dicono sia la baraccopoli più
vasta e popolosa d’Africa, con i suoi 800.000 o forse un milio-
ne di abitanti.
Slum che, al contrario di quanto accade in molte altre città
africane, non stanno necessariamente in periferia, ma s’insi-
nuano fin dentro i quartieri più centrali, facendo di Nairobi
una delle metropoli più anomale del continente.
Una città dove ricchezza e povertà si affiancano, strofinandosi
contro l’altra senza mai mischiarsi davvero; dove se sali sui grat-
tacieli puoi vedere in basso le baracche più misere, mentre dal tet-
to di queste è quasi possibile toccare con mano il lusso degli enor-
mi Shopping Mall.
Il primo e l’ultimo dei mondi che si sfiorano senza incontrarsi.
Il primo e l’ultimo dei mondi a portata di mano di uno stesso
sguardo, così vicini da rendere ancora più stridente e scandalo-
so l’abisso che separa i ricchi dai poveri, i pochi, pochissimi elet-
ti dai milioni di derelitti.
Milioni di persone come Shikò e la sua famiglia, costrette a vive-
re di espedienti e senza futuro. Milioni di persone, il 60% della
popolazione del Kenya, che si trova al di sotto di quella che vie-
ne definita la ‘soglia della povertà’: 2 (due dollari) al giorno.
Una miseria o quasi, anche qui, come in qualsiasi altro angolo
del pianeta. Pochi spiccioli tiranni della vita di milioni di per-
sone.
Perché al di sotto di questa soglia non è nemmeno più vivere;
significa essere in balia degli eventi, senza cibo o acqua, senza
diritti o parola.
Pochi spiccioli al giorno e qualche centinaio di dollari all’anno,
tanto quanto si spende in Italia per un paio di scarpe all’ultima
moda o per una borsetta firmata.
La vita di un uomo ancora oggi, qui in Kenya, e in molte parti
del mondo, vale come un bene di consumo qualsiasi. Neppure
indispensabile.
Spesso la prima e principale ragione per cui i bambini finisco-
no in strada è ancora oggi la povertà.
Una miseria che sta aumentando in molti Paesi, e che si tradu-
ce nella mancanza di mezzi di sostentamento, di garanzie so-
ciali, di istruzione e di assistenza sanitaria; che significa lati-
tanza dello Stato e corruzione.
Una condizione di ingiustizia che investe l’intero pianeta e che
crea un enorme abisso tra il Nord e il Sud del mondo.
Tutto questo contribuisce a condannare le nuove generazioni
africane a un futuro privo di speranze e di vie d’uscita.
A Nairobi, in Africa, e in molte altre parti del mondo, le con-
dizioni dell’infanzia, nonostante le carte dei diritti e le dichia-
razioni di intenti delle istituzioni internazionali, resta tuttora
drammatica.
Un bambino su due vive in situazioni di povertà estrema!
30.000 muoiono ogni giorno per malattie dovute alla malnu-
trizione o a condizioni igieniche non adeguate, anche se, mol-
to spesso, si tratta di patologie che potrebbero essere facilmen-
te prevenibili o curabili, come il morbillo, la malaria o una
semplice infezione.
Ancora oggi, in Kenya, 79 bambini su 1000 muoiono entro il
primo anno di vita e 120 su 1000 prima di averne compiuti…
5….
…Li chiamano così, ‘chokora’, i bambini di strada di Nairobi,
ovvero coloro che vivono di spazzatura. Sono gli ‘scarti’, i
‘rifiuti’ della società.
Di rifiuti si nutrono, di scarti si vestono.
Sono guardati con disprezzo e timore, tenuti alla larga come
degli appestati. Sono pochi coloro che si impietosiscono e re-
galano qualche spicciolo.
Le bambine e i più piccoli hanno maggiore fortuna.
Fanno pena e tenerezza.
Come Shikò, che è poco più di una bambinetta, insieme con
la sorellina Ireen, ancora neonata. Venire al mondo per lei, ha
voluto dire finire direttamente in strada.
Secondo l’Undugu Society of Kenya, una delle prime e più im-
portanti associazioni che si sono occupate di bambini di strada,
il fenomeno è in costante aumento….
Secondo questa associazione i dati relativi al Kenya parlano
di circa 115.000 bambini di strada nel 1975; 15 anni dopo, nel
1990, erano 17.000 e, nel 1997….150.000.
Oggi si calcola che nella sola capitale Nairobi ci siano dai ….
50.000 ai 60.000 bambini di strada. Ma sono almeno 500.000
in Kenya i minori in età scolare che non frequentano la scuo-
la e che passano fuori di casa gran parte del loro tempo….
(R. Sesana, Shikò, una bambina di strada)