GUERRA (1)

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Guerra (2) &

Il volo di Jonathan (13/1)

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la guerra 1

 

 

 

 

 

Legato il cavallo ai primi alberi continuò a piedi un centinaio di metri

finché giunse al corso d’acqua.

Era largo venti piedi, senza corrente, a vederlo, fresco e attraente, ed

egli aveva una gran sete. Ma attese dietro la cortina del fogliame, gli

occhi fissi alla cortina sull’altra sponda. Per rendere sopportabile l’

attesa, si sedette per terra, con la carabina sulle ginocchia.

Passarono dieci minunti, e lentamente la tensione dei nervi si allontanò.

Alla fine decise che non vi era alcun pericolo; ma proprio nel momento

di aprire i rami e di chinarsi sull’acqua, un movimento dei rami dall’

altra parte, gli colpì l’occhio.

 

la guerra 1

 

Poteva essere un uccello.

Attese.

Nuovamente i rami s’agitarono, e poi, improvvisamente, così che 

quasi egli mandò un grido, i rami s’aprirono e apparve tra essi un

volto.

Un volto coperto da una barba color zafferano, non rasata da

settimane. Gli occhi erano turchini e molto discosti l’uno dall’altro,

tra rughe di riso agli angoli, appariscenti nonostante l’espressione

di stanchezza e di ansia di tutto il volto.

Egli poteva vedere tutto questo con microscopica chiarezza, poiché

la distanza non era di più di venti piedi. E tutto questo egli vide in

così breve tempo che appena poté portare la carabina alla spalla.

Mirò, pur sapendo che quell’uomo era come morto, perché era

impossibile sbagliare un bersaglio così da vicino.

 

la guerra 1

 

Ma non sparò.

Lentamente abbassò la carabina e rimase a guardare.

Apparve una mano che stringeva una bottiglia, e la barba color

zafferano si piegò in avanti come ad accompagnare l’atto di riempire

la bottiglia.

Poteva udire il gorgoglio dell’acqua.

Il braccio, la bottiglia e la barba color zafferano sparvero poi dietro i

rami. Egli attese a lungo e, alla fine, con la sete insoddisfatta, ritornò

cautamente al cavallo, attraversò lentamente la spianata battuta dal

sole ed entrò nell’ombra del bosco.

Un altro giorno caldo e afoso.

Una grande casa colonica deserta, con molti fabbricati adiacenti e

un brolo, nel mezzo una spianata. Dal bosco, su un cavallo roano,

la carabina attraverso la sella, venne il giovane dai nobili occhi neri.

Egli respirò con sollievo quando fu alla casa.

Apparivano chiare le tracce di un combattimento avvenuto al principio

della stagione. Cartucce vuote, macchiate di verderame, giacevano

al suolo, bagnato, sconvolto dagli zoccoli dei cavalli. Vicino all’orto

vi erano delle tombe segnalate da quattro pali agli angoli e numerate.

 

la guerra 1

 

Dalla quercia, presso la porta, della cucina, in abiti stracciati, battuti

dalle intemperie penzolavano i cadaveri di due uomini.

I volti erano aggrinziti e sfigurati e non somigliavano più a volti

umani. Il cavallo roano sbuffò sotto di essi, e il giovane l’accarezzò

e tranquillò legandolo più lontano.

Entrato in casa, trovò tutto in rovina.

Camminò su cartucce vuote passando da una stanza all’altra per 

spiare dalle finestre. Uomini s’erano accampati da per tutto; sul

pavimento di una stanza osservò delle macchie che non lasciavano

dubbio: lì avevano adagiato un ferito.

Tornato fuori, condusse il cavallo dietro la stalla e entrò nel brolo.

Una dozzina d’alberi erano carichi di mele.

Egli se ne riempì le tasche, mangiandone mentre le raccoglieva.

Poi gli venne un’idea, e guardò il sole, calcolando il tempo per

ritornare al suo accampamento. Si tolse la camicia, ne legò le 

maniche, facendo un sacco, e incominciò a riempirlo di mele.

Al momento di risalire a cavallo, l’animale improvvisamente

drizzò le orecchie. L’uomo pure, ascoltò e udì, debole, un

rumore di zoccoli di cavallo su terreno molle. 

(J. London, Guerra)

(Prosegue…)

 

 

 

 

la guerra 1

 

SOGNI (un gabbiano) (4)

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Il grande male 

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– Ciang, questo mondo non è il paradiso, dico bene?

l’anziano ebbe un sorriso, nel chiarore della luna.

– Non si finisce mai d’imparare, Jonathan, disse.

– Ma allora, dopo qui, cosa ci aspetta? Dove andremo?

E un posto come il paradiso c’è o non c’è?

– No, Jonathan, un posto come quello, no, non c’è.

Il paradiso non è mica un luogo.

Non si trova nello spazio, e neanche nel tempo.

Il paradiso è essere ‘perfetti’.

Tacque un minuto e poi: ‘Tu sei uno che vola velocis-

simo, nevvero?’

– Mi…piace andare forte, disse Jonathan, preso alla sprov-

vista, ma fiero che l’Anziano se ne fosse accorto.

-Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto

la velocità ‘perfetta’.

Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di mi-

glia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce.

Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la ‘perfe-

zione’ non ha limiti.

Velocità ‘perfetta’, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser

là.

Senza alcun preavviso, Ciang scomparve.

Per riapparire in un batter d’occhio a una ventina di metri

da lì, sulla riva del mare.  Poi di nuovo sparì e si ritrovò, nel-

la stessa frazione di secondo, accanto a Jonathan.

– Pare un giochetto, disse.

Jonhatan era sbalordito. Dimenticò di fare altre domande sul

paradiso e chiese, invece: ‘Ma come ci riesci? Che effetto fa?

E fin dove riesci ad arrivare?’

– Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo,

dovunque tu desideri, disse l’Anziano.

– Io mi sono recato in ogni luogo possibile e immaginabile,

in ogni dove e in ogni quando.

Lanciò uno sguardo al mare, all’orizzonte.

– E’ buffo.

Quei gabbiani che non hanno una mèta ideale e che viag-

giano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte.

Quelli invece che aspirano alla ‘perfezione’, anche senza in-

traprendere alcun ‘Viaggio’, arrivano dovunque, e in un ba-

leno.

(R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston )

 

 

  

 

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