DA RUOLO A RUOLO: un francese (7)

 

Precedenti capitoli:  

Al di là del mare: un americano (6) &

Gente di passaggio: contro la politica di ‘Giulio’ (95)

Prosegue in:

Da ruolo a ruolo: un olandese (8)

 

 

 

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E’ inutile a ripetere ciò che disse Erasmo in quel famoso libretto,

che oggi sembrerebbe un tessuto di luoghi comuni.

Noi chiamiamo follia quella malattia degli organi del cervello

che impedisce di necessità a un uomo di pensare e agire come

gli altri.

Non potendo amministrare i suoi beni, questo uomo viene inter-

detto; non potendo avere idee consone alla vita sociale, ne viene

escluso; se è pericoloso, lo si rinchiude; se è furioso, gli si mette

la camicia di forza.

Qualche volta si riesce anche a guarirlo, con docce, o salassi o

diete appropriate.

Ma ciò che ci preme osservare, è che quest’uomo non è per nul-

la privo di idee: egli ne ha come tutti gli altri, nella veglia, e tal-

volta anche nel sonno.

Ci si può chiedere come mai la sua anima spirituale e immorta-

le, alloggiata nel suo cervello, ricevendo tutte le impressioni dei

sensi ben nette e distinte, non riesca tuttavia a valutarle netta-

mente.

Essa vede gli oggetti come l’anima di Aristotele e di Platone, o di

Locke o di Newton; intende gli stessi suoni, riceve le stesse sensa-

zioni tattili: come mai allora, avendo le stesse percezioni delle per-

sone più a posto, le combina in un modo così stravagante, senza

poterne fare a meno?

Se questa sostanza semplice e eterna ha a disposizione per funzio-

nare gli stessi strumenti che hanno le anime degli uomini più sag-

gi, dovrebbe ragionar giusto come loro.

Chi può impedirmela?

Io concepisco benissimo che, se un matto vede rosso dove i saggi

vedono blu, se quando i saggi odono una musica questo matto o-

de il raglio di un asino, se, assistendo a un sermone, egli si figura

di assistere a una farsa, se quando gli altri intendono sì, egli inten-

de no, capirei allora che la sua anima ragioni in modo diverso da-

gli altri.

Ma questo pazzo ha le stesse percezioni degli altri: non c’è nessu-

na ragione apparente perché la sua anima, che riceve dai sensi in

ottimo stato gli elementi su cui ragionare, non possa farne un giu-

sto uso.

Eppure l’anima è pura, mi dicono: essa non può andar soggetta in

sé a nessun’ infermità: eccola munita di tutti i punti d’appoggio ne-

cessari; qualunque cosa accada nel suo corpo, nulla può mutare la

sua essenza….

Ma ciò non toglie che quest’anima sia condotta, col suo involucro,

al manicomio.

Questa riflessione può far sospettare che la facoltà di ragionare,

data da Dio all’uomo, sia soggetta ad alterarsi come gli altri orga-

ni. Un pazzo è un malato il cui cervello soffre, come il gottoso è

un malato che ha male ai piedi e alle mani: egli pensava col cervel-

lo, come camminava coi piedi, senza d’altronde avere chiara idea

né della sua incomprensibile facoltà di camminare, né della sua

non meno incomprensibile facoltà di pensare.

Dunque si può aver la gotta al cervello, come si ha la gotta ai piedi?

Insomma, dopo mille ragionamenti, c’è forse soltanto la fede che pos-

sa persuadarci che una sostanza semplice e immateriale vada sogget-

ta alle malattie.

I dotti, o dottori, diranno al matto: ” Caro mio, benché tu abbia per-

duto il senso comune, la tua anima è altrettanto spirituale, pura, im-

mortale come la nostra; ma la nostra anima è bene alloggiata, e la tua

male: le finestre della casa sono ostruite per lei, le manca l’aria, soffo-

ca”.

Il pazzo nei suoi momenti di lucidità potrebbe risponder loro: 

” Amici miei, voi presupponete, secondo la vostra abitudine, ciò

che invece è in discussione.

Le mie finestre sono aperte come le vostre, poiché io vedo gli 

stessi oggetti che voi, e odo le stesse parole: bisogna dunque

credere che la mia anima faccia un cattivo uso dei dati delle

sensazioni, o che lei stessa sia come un senso viziato, una

qualità depravata.  In conclusione: o è la mia anima in sé che è

pazza, o io non ho anima”.

Uno dei dottori potrà forse rispondere:

” Fratello, Dio ha creato forse delle anime folli, come ha creato

delle anime savie”.

Ma il matto risponderà:

” Se io credessi a ciò che mi dite, sarei ancor più matto di quel

che sono. Di grazia, voi che la sapete così lunga, ditemi: per-

ché son matto?”.

Qui se i dottori hanno ancora un po’ di cervello, gli risponde-

ranno:

” Non ne sappiamo nulla”.

Essi non comprenderanno perché un cervello debba avere del-

le idee incoerenti (geniali), come non comprenderanno perché

un altro cervello ha delle idee (troppo) normali e ben concate-

nate.

Si crederanno saggi, e saranno tanto pazzi quanto il loro malato.

( Il quale, sempre in un momento di lucidità, potrà dire ancora:

“Poveri mortali, che non potete né trovare la causa del mio male,

nè guarirlo, state bene attenti a non diventare interamente simili

a me, o a non sorpassarmi. Voi non siete più nobili del re di Fran-

cia Carlo VI, del re d’Inghilterra Enrico VI, ne dell’imperatore

Venceslao, i quali perdettero la facoltà di ragionare pressapoco

nello stesso torno di tempo. E non avete neppure un cervello più

fino di Biagio Pascal, di Giacomo Abadie, o di Gionata Swift, che

tutti e tre sono morti pazzi.

L’ultimo almeno ebbe la buona idea di fondare un ospedale per

noi: volete che vada a fissarvi un posto?”.)

(Voltaire, Dizionario filosofico)

 

 

 

 

 

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DA RUOLO A RUOLO: un francese (7)ultima modifica: 2014-01-20T07:02:00+00:00da giuliano106
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