NATURA DEL CAOS (motivi storici e sociali)

Precedente capitolo:

conquista puritana

Prosegue in:

Dialoghi con Pietro Autier 2 &

gli occhi di Atget

Riti, sacrifici, e violenza in:

il motivo del sacrificio

il motivo del sacrificio (2)



the-myth-of-thanksgiving.gif

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando alla fine del XV secolo l’Europa si accinse a espander-

si oltre i propri confini, era un continente assai diversificato.

L’Italia stava vivendo allora il suo Rinascimento, ma non fu

questo paese il punto di partenza per le grandi esplorazioni

geografiche.

Gli stati che si affacciavano sull’Atlantico e che avrebbero pre-

sto fondato imperi oltremare godevano solo in minima parte

dello splendore artistico e della vivacità culturale dell’Italia.


caos1bis.jpg
 

La Spagna e il Portogallo erano profondamente radicati nelle

istituzioni e nella cultura feudali. La monarchia francese era

appena uscita vittoriosada lunghi ed estenuanti conflitti con

il regno inglese e il ducato di Borgogna, mentre in Inghilterra

i Tudor avevano appena iniziato la ricostruzionesulle rovine

che avevano ereditato dalla Guerra delle Due Rose.

naturacaos1.jpg


Sebbene oggi si riescano a scorgere in quel periodo i primi germi

dell’epoca moderna, i popoli dell’Europa occidentali destinati a

divenire grandi potenze conoscevano solo il passato da cui pro-

venivano, fatto di ideali, comportamenti e aspettative ancora so-

stanzialmente feudali.

Quando gli Europei diedero inizio ai loro mirabili viaggi di esplo-

razione verso ‘nuovi’ favolosi mondi, non potevano che esporta-

re l’unico bagaglio culturale di cui erano in possesso; gli strumen-

ti culturali e istituzionali con cui conquistarono e colonizzarono

le nuove terre erano gli stessi che già conoscevano in patria.

Impegnati su migliaia di fronti diversi, gli Europei sbarcarono

con successo approfittando della superiorità tecnologica data lo-

ro dalle navi e dalle armi da fuoco, per poi imporre alle società

dei popoli indigeni i modelli che i conquistatori già ben conosce-

vano.


Pietro Autier 2.jpg


I teologi medievali avevano insegnato che il risultato di una con-

quista poteva essere legittimato solo nel caso in cui la guerra vin-

ta sul campo fosse stata una guerra giusta. Per gli ambiziosi signo-

ri e condottieri feudali poteva essere talvolta difficile adattare al-

le opportunità contingenti le condizioni che definivano una giusta

guerra, ma si preferiva evitare di contravvenire troppo apertamen-

te a questa dottrina per non dare alcun vantaggio al nemico.

Le difficoltà aumentavano quando candidati alla sottomissione e-

rano dei popoli che abitavano dalla parte opposta del globo; non

era facile dichiarare una guerra giusta e difensiva contro un nemi-

co che non si era mai avvicinato a meno di mille miglia dai propri

confini.

Fortunatamente vi era un precedente a favore: le Crociate aveva-

no infatti chiaramente affermato il principio secondo cui una guer-

ra condotta nell’interesse della Santa Chiesa era di per sé giusta.


caos2.jpg


Tale principio era ancora estremamente attuale agli estremi confini

dell’Europa sotto il dominio dell’Islam. Quando nel 1453 la conqui-

sta ottomana di Costantinopoli minacciò l’invasione mussulmana

di tutti i Balcani e diede ai Turchi la supremazia navale in grado di

attaccare tutto il Mediterraneo cristiano, il Portogallo e la Spagna

lanciarono la controffensiva.

Due anni dopo la caduta di Costantinopoli papa Nicola V concesse

al re del Portogallo di sottomettere come schiavi e di confiscare le

terre e le proprietà di ‘tutti i Saraceni e i pagani di ogni specie, e tut-

ti gli altri avversari di Cristo, dovunque essi si trovino’.

I Portoghesi si appellarono alle direttive di Nicola V per giustifica-

re le spedizioni contro i mussulmani sulla costa africana del Medi-

terraneo, ma il Portogallo aveva cominciato a interessarsi anche al-

le coste atlantiche africane e la terminologia della bolla papale (‘di

ogni specie’, ‘dovunque essi si trovino’) serviva a legittimare spedi-

zioni schiaviste un po’ dappertutto.

Regni ed individui che mai avevano minacciato il Portogallo –

sconosciuti anzi, a tutta l’Europa – diventavano così legittima ter-

ra di conquista.

La dottrina nata per santificare la conquista della Terra- Santa e-

stendeva la sua applicazione sino a giustificare la conquista del

mondo intero.

Alle sante missioni dei Portoghesi si aggiunsero ben presto altri

pretendenti ad analoghe opere di carità e di saccheggio.

Nel 1493 Rodrigo Borgia, eletto papa Alessandro VI, concesse ai

sovrani spagnoli il dominio su tutti i continenti non ancora sotto-

messi da nazioni cristiane, per indurre i pagani derelitti ‘ad ab-

bracciare la fede cattolica e a vivere  secondo la sua morale’.


caos6.jpg


Borgia era stato portato a questo passo ‘esclusivamente dalla nostra

generosità e dalla sicura coscienza nella pienezza della nostra autorità

apostolica e in nome di Dio Onnipotente’.

Per escludere ogni dubbio sulle sue intenzioni egli definì il suo do-

cumento:

‘nostra esortazione, richiesta, donazione, concessione, assegnazione,

investitura, contratto, costituzione, delega, mandato, inibizione, in-

dulto, estensione, ampliamento, volontà e decreto’.

I trasgressori di tutto ciò sarebbero incorsi nelle minacce dell’‘ira

divina’, ma anche, con singolare caduta di tono, dei santi Pietro e

Paolo.

La guerra di conquista come estensione delle Crociate rimaneva

indiscutibilmente un concetto feudale; sicuramente non era un

concetto cristiano, estraneo a ogni insegnamento del primo Mae-

stro, fonte del cristianesimo.

La mentalità della Crociata si era formata sotto la spinta milita-

rista dei signori feudali; essa offrì a sua volta la base per raziona-

lizzare i motivi della conquista e lasciò il segno su tutte le future

azioni dei conquistatori e su tutte le successive trasformazioni

del suo ruolo.


caos4.gif


Questi invasori di continenti sconosciuti presupponevano una loro

superiorità innata e assoluta su tutti gli altri popoli, sancita per di-

ritto divino; le generazioni successive avrebbero poi laicizzato la

giustificazione del loro diritto trasferendolo da Dio alla Natura,

ma senza mutarne il carattere innato e assoluto.

Gli Europei promotori della conquista del Nuovo Mondo si pro-

fessavano perlopiù di religione cristiana, ed erano generosamente

di ceppo indo-europeo.

Quando più tardi si affermò quale principio dominante della con-

quista europea il razzismo, esso si sviluppò per naturale progres-

sione dalle basi della religiosità feudale.

I conquistatori del continente americano glorificarono le devasta-

zioni da essi compiute dando loro un’aura di sacralità, che anche

i loro discendenti si sono dimostrati alquanto restii a demistifica-

re.

Forse non accade più a uomini bianchi di una certa cultura di ab-

bracciare entusiasticamente illusioni di grandezza, ma i miti cre-

ati dall’ideologia della conquista perdurano ancora in molteplici

forme così da mascherare la terribile tragedia che si cela dietro i

fasti europei. Anche se gli ideologi della conquista non possono

più scatenare entusiasmi per guerre sante o per i principi della

biologia razziale, possono ancora contare su un vasto e influente

complesso di miti, secondo cui i popoli indo-europei cristianizza-

ti non sono solamente bianchi ed eletti ma anche civilizzati, a dif-

ferenza dei pagani di colore abitanti in terre lontane, i quali non

sono solo idolatri e di pelle scura ma in primo luogo selvaggi.

In questo modo si mantengono intatti i principi cardine di preda

e predatore e il grande mito nato dalle invasioni e dai massacri

preserva il proprio sanguinario splendore.

(F. Jennings, L’invasione dell’America)




 

massachusetts-militia-1637-preparation-for-genocide.jpg

 

ALH84001 (da dove viene la vita?)

Precedenti capitoli:

Tunguska &

Leonid Kulik (il padre di Tunguska)

Prosegue in:

ALH84001 (2) &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

Mazzini:

‘io non sono Nobile’

Da:

 

alh84001


i miei libri


 

285712845.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Le desolate pianure dell’Antartide sono l’ultimo posto in cui

ci si aspetterebbe di trovare all’opera i cacciatori di meteoriti.

Eppure questa vasta distesa di ghiaccio è l’ideale per svelare

i segreti astronomici.

Se si trova una pietra in Antartide, uno solo è il luogo da cui

può essere giunta: il cielo.


Liela-meteorita-5.jpg


Le meteoriti che cadono sul ghiaccio sono presto sepolte dalla

neve, ma se il lastrone di ghiaccio scivola verso l’oceano, por-

tando con sé le meteoriti, può incontrare ostacoli sotterranei o

sfregare contro le montagne. Le pietre sepolte possono riemer-

gere in superficie, dove sono facilmente individuabili nel bian-

core della neve.

Robert Score era membro della United States Antarctic Search

for Meteorites e alla fine del 1984 è stata incaricata, insieme ai

colleghi, di attraversare il desolato e ventoso ghiacciaio vicino

all’area dei colli Allan. Verso mezzodì del 27 dicembre, Score ha

fermato il suo gatto delle nevi per ammirare una spettacolare

formazione di ghiaccio che sembrava creata da onde congelate.

E’ qui che ha scorto una meteorite sul margine del campo di

ghiaccio.

Esaminata, la pietra si è rivelata di uno strano colore verde, a

parte questo, agli occhi della Score e dei suoi colleghi era solo

un meteorite come tante, una delle oltre cento che avevano rac-

colto in quella spedizione.

La cosa non li ha eccitati più di tanto.

Come sempre, gli scienziati hanno fatto attenzione a non con-

taminare la meteorite verde, riponendola in un’apposita busta

di nylon sterile e sigillandola con nastro di teflon.

Nessuno l’ha toccata a mani nude.


100701.JPG


Per via del suo insolito colore verde è stata la prima meteorite di

quelle raccolte nel 1984 a essere esaminata.

In laboratorio però la pietra presentava solo una normale colora-

zione grigio opaco, ed è stata classificata come una comune dio-

genite proveniente dalla fascia degli asteroidi.

Pertanto, ALH84001 è rimasta nel cassetto per altri quattro anni

prima che se ne riconoscesse l’importanza.

Nell’estate del 1988 Eric Mitthefehldt, un geochimico che stava

conducendo un’esame sistematico delle diogeniti ha prelevato

un campione di ALH84001 per analizzarlo.

La sua curiosità è stata stimolata dalla descrizione originaria se-

condo cui la roccia conteneva alcuni minerali che di norma nel-

le diogeniti sono rari, tra i quali uno dal bizzarro nome di pla-

gioclasio.

Si sapeva anche che conteneva carbonati, ma Eric dava per scon-

tato che si trattasse di prodotti formatisi in Antartide per azione

degli agenti atmosferici.

L’iniziale analisi chimica di un campione non ha rivelato niente

di particolare. Solo nel 1990, quando lo scienziato ha cominciato

a usare una microsonda elettronica su minuscoli granuli inclusi,

la natura unica della meteorite si è lentamente manifestata.

La sonda, che spara un ristretto fascio di elettroni sulla superfi-

cie del campione e stimola l’emissione di raggi X, ha messo in

luce grosse quantità di ferro allo stato ferrico, piuttosto insolito

per le normali meteoriti.

Eric non ha approfondito la questione, attribuendo il risultato

a un errore nelle analisi, ma nel 1993 ha scritto un articolo sulle

diogeniti in cui citava i risultati anomali di ALH84001.

Una revisione dell’articolo lo ha persuaso a ricontrollare il suo

lavoro, e solo quando Eric si è convinto che l’analisi chimica era

corretta si è reso conto che forse ALH84001 non era affatto una

diogenite, bensì una meteorite marziana.

(Paul Davies, Da dove viene la vita)





 

ALH84001-EM4.jpg

 

SENTENZA DI SCOMUNICA CONTRO GLI ERETICI

Precedente capitolo:

ciao imbecille!

Prosegue in:

Dialoghi con Pietro Autier 2: se io non l’avessi…&

gli occhi di Atget

Foto del blog:

se io

non l’avessi…

Da:

 

sentenza di scomunica contro gli eretici


Frammenti in rima

 

 

 

 

 

 

 

Scomunichiamo e colpiamo con l’anatema tutti gli ereti-

ci, CATARI, PATARINI, POVERI DI LIONE, PASSAGINI,

GIUSEPPINI, ARNALDISTI, SPERONISTI e gli altri sotto

qualsiasi nome siano indicati, che, pur presentandosi con

volti diversi, hanno la coda legata insieme poiché per la

loro falsità arrivano tutti alle medesime conseguenze.

Condannati dalla chiesa, siano affidati alla giustizia seco-

lare, perché li sottoponga al dovuto castigo e, se chierici,

prima vengano degradati dai loro ordini.

Ma se qualcuno di costoro, dopo esser stato scoperto, vor-

rà fare la dovuta penitenza, sia chiuso in carcere per tutta

la vita.

Condanniamo come ERETICI allo stesso modo anche coloro

che credono nei loro errori. Inoltre decretiamo che debbano

subire la pena della scomunica i ricettatori, i difensori e i so-

stenitori degli eretici e deliberiamo che quando uno di costo-

ro sia stato colpito da scomunica e abbia continuato a perse-

verare nella sua superbia, per ciò stesso sia colpito da INFA-

MIA e non sia ammesso agli uffici o alle adunanze pubbli-

che, non gli sia consentito né eleggere né testimoniare.

Non possa fare testamento né ereditare per diritto di suc-

cessione.

Nessuno sia costretto a rendergli ragione in qualsiasi affa-

re, ma egli sia costretto a darne ragione agli altri.

Se farà da giudice, la sentenza da lui pronunciata non abbia

alcun valore, né gli venga affidata la discussione di nessuna

causa.

Se sarà avvocato, non venga accettato in nessun modo il suo

patrocinio.

Se notaio gli atti stesi da lui non abbiano alcun valore, ma si-

ano condannati assieme al loro autore.

E in casi consimili comandiamo che ci si attenga ai medesi-

mi principi.

Se sarà chierico, venga privato di ogni ufficio e beneficio.

Se qualcuno non li eviterà, una volta condannati dalla chie-

sa, sia colpito dalla scomunica e sia punito con i dovuti prov-

vedimenti.

Quelli che saranno solo colpiti da tali sospetti, se non riusci-

ranno a dimostrare debitamente la loro innocenza, secondo

la misura del sospetto e la qualità della persona, E DAL PESO

DELLA TESTIMONIANZA DEL DELATORE, siano colpiti dal-

la spada dell’anatema e finché non ne abbiano dato adeguata

soddisfazione SIANO EVITATI DA TUTTI e se per un anno in-

tero saranno rimasti scomunicati, vengano poi CONDANNA-

TI COME ERETICI.

COSI’, SE QUALCUNO SAPRA’ CHE ERETICI O ALTRI TEN-

GONO DELLE RIUNIONI CLANDESTINAMENTE O COMUN-

QUE SEGUONO MODI DI VITA E CONSUETUDINI DIVERSI

DA QUELLE DEI FEDELI, DEVE INDICARLI AL SUO CONFES-

SORE O A CHI EGLI SAPPIA NE DARA’ NOTIZIA AL SUO VE-

SCOVO; ALTRIMENTI SIA COLPITO DA SCOMUNICA. 

COGLIAMO L’OCCASIONE CON TALE PROCLAMA DI BE-

NEDIRE  I GIOVANI CATTOLICI FEDELI ALLA DISCIPLINA

DELLA CHIESA DI ROMA A LORO IL NOSTRO AUGURIO PER

IL FUTURO LUMINOSO CHE LI INVESTIRA’. 

(Sentenza di scomunica contro gli eretici 1231) 

 

 

 

 

 

sentenza di scomunica contro gli eretici

 

CHI E’ IL PERSECUTORE?

 Ambrose_Bierce_1892-10-07.jpg

 

 

 Prosegue in:

ciao imbecille! &

Dialoghi con Pietro Autier 2 &

gli occhi di Atget

 

 

 

 

 

1) Accusare: Affermare la colpa o indegnità di un altro,

il più delle volte per giustificare noi stessi di avergli fat-

to un torto.

2) Gentilezza: Breve prefazione a dieci volumi di prepo-

tenze.

3) Perscuzione: Non chiamerò persecutore Diocleziano,

perché egli fu per 18 anni protettore dei Cristiani, e se

negli ultimi tempi del suo impero non li salvò dalle ire

di Galerio, non fu con ciò nient’altro che un principe

sedotto e forviato dall’intrigo malgrado il suo buon ca-

rattere, come accadde a tanti altri.

E tanto meno chiamerò persecutori Traiano o gli Anto-

nini: mi sembrerebbe di bestemmiare.


Chi è un persecutore?

E’ colui il cui orgoglio ferito e fanatismo irritato istigano

il principe o i magistrati a colpire UOMINI INNOCENTI,

i quali non hanno altra colpa che di pensarla diverso da

lui.


” Svergognato, tu adori Iddio, tu predichi la virtù, e tu la

pratichi, tu hai servito gli uomini, e li hai consolati, tu hai

difeso l’orfano, tu hai soccorso i poveri, tu hai mutato i de-

serti dove pochi schiavi trascinavano la loro misera vita,

in fertili campagne popolate da famiglie felici; MA IO ho

scoperto che tu mi disprezzi, che tu non hai mai letto il

mio trattato di teologia, che tu sai che io sono un furfan-

te perché HO FALSIFICATO la firma e le virtù di Tizio e

ho derubato Caio e Sempronio, anzi continuo a farlo, e tu

potresti anche farlo sapere agli altri: bisogna dunque che

io ti prevenga (questa la ragione e motivo della mia osti-

nata persecuzione, dovunque tu volgi lo sguardo ci sarà

la mia calunnia).

Andrò dal confessore del primo MINISTRO o direttamen-

te dal principe: mi presenterò a loro col collo storto e la boc-

ca per traverso, e spiegherò che tu hai un’opinione erronea

sulle celle in cui furono rinchiusi GLI ERETICI E NON SOLO,

o che tu dieci anni fa hai parlato in maniera per nulla rispet-

tosa (mentre noi ti abbiamo calunniato per 30 e passa anni)

del cane di Tobia, che tu sostenevi essere un barbone, men-

tre io ho provato che era un levriero di corte, non un calun-

niatore; e ti denuncerò come nemico di Dio e degli uomini”. 


Tale è il linguaggio del persecutore.


E se queste parole non escono in questa forma dalla sua boc-

ca, o peggio dall’ingordo ventre, esse sono però incise nel suo

cuore dal bulino del fanatismo immerso nell’acido dell’invi-

dia.

E badate bene signori, se incontrate tal persecutore o perse-

cutori in piccoli gruppi di tre o quattro forme striscianti per

la nuda terra, non fategli mai il torto a dovuta distanza  di

dirgli la verità. 

Anche perché le loro calunnie e persecuzioni per anni vi han-

no inseguito fin sotto l’uscio di casa. E la verità non può esse-

re udita neppure nel sussurro del vento…a dovuta e debita di-

stanza!

(A. Bierce & Voltaire)







owl-creek.jpg

NEGLI STESSI ANNI (un pioniere dell’ecologia: G.P. Marsh)

Precedente capitolo:

negli stessi anni (gli Stati da fare)

Prosegue:

negli stessi anni: un pioniere dell’ecologia John Muir &

John Muir &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

John

Muir

Una notizia:

Bob Kennedy jr e figlio arrestati davanti alla Casa Bianca


 

GeorgePerkinsMarsh.jpg

 

 





(Dalla prefazione)

 

Lo scopo del presente libro è quello d’indicare la natura e,

approssimativamente, l’estensione dei cambiamenti indot-

ti dall’azione dell’uomo nelle condizioni fisiche del globo

che abitiamo; mostrare i pericoli che può produrre l’impru-

denza, e la necessità di precauzione in tutte quelle opere

che, in grandi proprzioni, s’interpongono nelle disposizio-

ni spontanee del mondo organico od inorganico; suggerire

la possibilità e l’importanza del ristabilimento delle armo-

nie perturbate, e il miglioramento materiale di regioni ro-

vinate ed esaurite; e illustrare incidentalmente il principio

che l’uomo è, tanto nel genere quanto nel grado, una poten-

za di un ordine più elevato che non sia qualunque altra for-

ma di vita animata che al pari di lui si nutre alla mensa del-

la generosa natura.


BierstadtCathRock4162_300.jpg


Negli stadi più rozzi della vita, l’uomo dipende, per il cibo

e le vestimenta, da quello che gli presenta spontaneamente

la natura animale e vegetale, e per conseguenza il consumo

che fa di questi prodotti diminuisce l’abbondanza numeri-

ca delle specie di cui egli fa uso.

In periodi di più avanzato incivilimento, egli protegge e pro-

paga certi vegetali esculenti, certi uccelli e quadrupedi, e nel

tempo stesso fa guerra a quegli organismi che fanno preda o

impediscono l’accrescimento degli oggetti delle sue cure.

Quindi l’azione dell’uomo sul mondo organico tende ad inver-

tire l’equilibrio delle sue specie, e mentre diminuisce il nume-

ro di alcune, o anche talora le estermina interamente, molti-

plica altre forme di vita animale e vegetale.


JohnsonLakeGeo1592_300.jpg


Lo estendersi della pastorizia e dell’industria agricola porta

seco lo espandersi della sfera del dominio dell’uomo, inva-

dendo il terreno delle foreste che un tempo coprivano la mag-

gior parte della superficie della terra in altro modo adattata al-

la sua occupazione. L’abbattimento dei boschi è stato accompa-

gnato da conseguenze importanti nello scolo delle acque, nella

configurazione esterna della superficie del suolo, e anche, pro-

babilmente nelle condizioni locali del clima; e la importanza del-

la vita umana come forza trasformatrice è forse dimostrata con

maggiore evidenza nell’azione che l’uomo ha esercitato sulla

geografia della superficie, che non in qualunque altro effetto dei

suoi sforzi materiali.


KeithHoodrev_1759.jpg


Le terre acquistate sulle foreste devono essere prosciugate e

irrigate; le sponde dei fiumi e le coste marittime debbono,

mercè arginature e moli artificiali, essere fatte sicure contro

l’inondazione sia dei fiumi come del mare: ed i bisogni del

commercio rendono necessario migliorare i canali naturali di

navigazione e costruirne altri artificiali.

Quindi l’uomo è obbligato ad estendere sopra le nobili acque

il dominio già innanzi fondato sulla solida terra.

Il sollevamento del letto dei mari ed i movimenti dell’acqua e

del vento mettono allo scoperto grandi depositi di sabbia, che

occupano uno spazio richiesto dai bisogni dell’uomo, e spesso,

per il trasporto delle loro particelle, devastano i campi dell’in-

dustria umana con invasioni non meno disastrose delle incur-

sioni dell’oceano.

(George P. Marsh, L’uomo e la natura)




 

George_Perkins_Marsh_family_3c10027u_original.jpg

 

UNA EUROPA DA FARE (5)

Precedente capitolo:

una Europa da fare (4)

Prosegue in:

una Europa da fare (6) &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

una Europa

da fare

Da:

una europa da fare 5

i miei libri



 

una europa da fare 5







Se per Hegel l’essenza dell’Europa era la Germania, per

Jouffroy la Francia era ‘l’avanguardia dell’Europa in

quanto nazione’, per dirla con Denis de Rougemont, e

Francois Guizot unì assieme le due idee.

In Hegel come in Jouffroy, faceva dunque la propria com-

parsa la duplice idea della ‘missione’ dei popoli e dell’uni-

ficazione europea.

 

una europa da fare 5


L’idea della ‘missione e del ‘primato’ era del resto ampia-

mente diffusa e nella fase successiva al 1830 acquistò an-

cor maggior valenza, ad esempio in Michelet, il quale, nel-

la ‘Introduction à l’Histoire universelle’, 1831, scriveva che

‘ciò che v’ha di meno semplice, di meno naturale, di più

artificiale, vale a dire di meno fatale, di più umano e di

più libero al mondo, è l’Europa; di più europeo, è la mia

patria, è la Francia’.

 

una europa da fare 5


E il sacerdote Vincenzo Gioberti intitolava la sua opera

‘Del primato morale e civile degli italiani’ (1843).

Il suo compatriota Giovanni Berchet parlava lo stesso di

linguaggio descrivendo l’attuale ‘stato di sofferenza’ in

cui il dolore si univa alla ragione e ai lumi nel dar vita a

quel sentimento di nazionalità europea che cominciava

ad avvicinare gli abitanti del continente.

 

una europa da fare 5


Il termine ‘Europa’ compariva nei nomi dei periodici, co-

me il ‘Journal européen’ che Muhrad pubblicò a Berna nel

1817 o la ‘Revue européenne’, prefiguratore del ‘Correspon-

dant’.

E’ la ben nota la celebre ‘Lettera ai redattori della Revue

européenne’ di Chateaubriand. Ed ecco ancora l”Europé-

en’ di Buchez.

 

una europa da fare 5


Ci si dedicava allo studio della ‘civiltà europea’, come Gui-

zot nella sua ‘Histoire générale de la civilisation en Europe’

(1828); ci si occupava di ‘letteratura europea’, e il primo

scritto dell’ancora giovanissimo Giuseppe Mazzini appar-

so sul ‘Conciliatore’ del 1829 aveva il titolo ‘Di una lette-

ratura europea’.

A partire dal 1830, l’idea di un’Europa formata da un ar-

monioso insieme di nazioni divenne più pregnante, più

generale.

 

una europa da fare 5


Nel suo libro ‘Le grand schisme de 1830: Romantisme et

– Jeune Europe -‘, Fernand Baldensperger ha efficacemen-

te illustrato la scissione che si manifestò allora in seno al-

la corrente romantica: gli uni restarono fedeli all’ideale

puramente letterario della scuola, mentre altri, che via

via divennero più numerosi, associarono a esso un ideale

politico radicaleggiante e nazionalista.






 

una europa da fare 5


L’INDIVISIBILITA’ DEL BENE DAL MALE (4)

Precedente capitolo:

l’indivisibilità del bene dal male (3)

Prosegue in:

Dialoghi con Pietro Autier 2 &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

è buio

sul ghiacciaio

Da:

i miei libri


 

l'indivisibilità del bene dal male 4







….Sì, sì,

urlarono ramponieri e marinai (inferociti, accecati da un

odio primordiale …, se pur guardavano il grande mare

come sola ed unica cornice, la cecità li univa nella caccia

…..antica….), avvicinandosi di corsa al vecchio fremente

– occhio aguzzo alla Balena bianca; lancia aguzza per Mo-

by Dick!

– Che Iddio vi benedica,

egli parve mezzo gridare e mezzo singhiozzare

– che Iddio vi benedica, marinai. Dispensiere! Va’ a spillare

la misura grande di ‘grog’. Ma che è quel muso lungo, signor

Starbuck?

– Non vuoi cacciare la Balena Bianca?

– Non te la senti di affrontare Moby Dick?

– Me la sento di affrontare la sua mascella adunca, fosse

anche la mascella della Morte, capitano Achab, se ci capita

a tiro nel lavoro che facciamo; ma io sono venuto qui a cac-

cia di balene, non a vendicare il mio comandante.

 

l'indivisibilità del bene dal male 4


– Quanti barili ti procurerebbe la tua vendetta, ammesso che

tu possa consumarla, capitano Achab?

  Non ti renderà molto al mercato di Nantucket…..

– Il mercato di Nantucker! Bah! Ma vieni più vicino, Star-

buck; tu richiedi un discorso più profondo.

  Se si tratta di misurarla in denaro, amico, e i contabili han-

no valutato il globo come la loro grande cassaforte cingendo-

la di ghinee, una ogni terza parte di un pollice, allora, lascia

che te lo dica, questa mia vendetta renderà un gran premio

qui!

– Si batte il petto!

mormorò Stubb.

 

l'indivisibilità del bene dal male 4


– Perché mai? Mi sembra che risuoni molto vasto, ma vuoto.

– Vendetta su un bruto senza parola!

gridò Starbuck

– che ti ha colpito semplicemente per l’istinto più cieco!

  Pazzia! Essere adirato con una cosa muta, capitano Achab,

sembra una bestemmia!

– Ascoltami ancora, il discorso è più profondo.

  Tutti gli oggetti visibili sono come maschere di cartone. Ma

in ogni evento, nell’atto vivo, nell’azione indubbia, alcunché

di sconosciuto ma sempre raziocinante sporge le sue fattezze

da dietro la maschera irragionevole. E se l’uomo vuole colpi-

re, colpisce attraverso la maschera!

  In qual modo il prigioniero può uscire se non trapassando

la parete?

 

l'indivisibilità del bene dal male 4


  Quanto a me, la Balena Bianca è quella parete (ed io la col-

pisco, e batte con la sua gamba di legno…sul pavimento…),

 spinta vicino a me.

  Certe volte penso che dietro non vi sia niente.

  Ma è già abbastanza. Essa mi accusa, mi sovrasta, vedo in

lei una forza oltraggiosa cui è legata una malizia imperscru-

tabile.

 E’ quella cosa imperscrutabile quella che odio di più: e, sia

la Balena Bianca l’effetto, o sia la Balena Bianca la causa, io

sfogherò il mio odio su di lei….

 Non parlare di bestemmia, amico, io colpirei il sole se mi

insultasse. Perché, se il sole potesse farlo, io potrei ripagar-

lo di uguale moneta, poiché in ciò vi è sempre qualcosa di

simile a un gioco leale, visto che la gelosia regna su tutte

le creazioni.

 Ma non è mio padrone, marinaio, nemmeno quel gioco

leale.

 Chi c’è sotto di me?

  La verità non ha confini……

(Melville, Moby Dick)





 

l'indivisibilità del bene dal male 4


L’INDIVISIBILITA’ DEL BENE DAL MALE (la relazione di Jekyll sul caso…)

 

Prosegue in:

Pagine di storia: l’indivisibilità del bene dal male (2) &

Dialoghi con Pietro Autier 2 &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

l’indivisibilità del bene dal male &

la forma è il vuoto

e il vuoto è la forma stessa

Da:

i miei libri


 

l'indivisibilita del bene dal male

 

 






Sono nato nel….., erede di una cospicua fortuna e dotato di qualità

eccellenti. Incline per natura all’operosità, ambizioso soprattutto

di acquistarmi la stima dei migliori, dei più saggi tra i miei simili,

tutto sembrava promettermi un futuro brillante e onorato.

Il peggiore dei miei difetti era una certa impaziente vivacità, un’-

irrequieta gaiezza che taluni sarebbero stati felici di possedere,

ma che io trovavo difficili da conciliare col mio prepotente desi-

derio di andare sempre a testa alta, esibendo in pubblico un con-

tegno di particolare gravità. 

 

l'indivisibilita del bene dal male


Fu così che cominciai molto presto a nascondere i miei piaceri,

e che quando, giunti gli anni della riflessione, presi a conside-

rare i miei progressi e la mia posizione nel mondo, mi trovai

già incamminato in una vita di profonda doppiezza.

Molti si sarebbero addirittura vantati di certe leggerezze, di

certe sregolatezze che io, dalla mia altezza e ambiziosità di 

vedute, consideravo invece una colpa e nascondevo con ver-

gogna quasi morbosa. 

Più che difetti gravi, furono dunque le mie aspirazioni ecces-

sive a fare di me quello che sono stato, e a separare in me, più

radicalmente che negli altri, quelle due province del bene e

del male che dividono e compongono la duplice natura dell’-

uomo. 

 

l'indivisibilita del bene dal male


Il mio caso m’ha spinto a riflettere lungamente e a fondo su

questa dura legge della vita, che è all’origine della religione

e anche, senza dubbio, tra le maggiori fonti di infelicità.

Per duplice che fossi, non sono mai stato quello che si dice un

ipocrita. I due lati del mio carattere erano ugualmente affer-

mati: quando m’abbandonavo senza ritegno ai miei piaceri

vergognosi, ero altrattanto me stesso di quando, alla luce del

giorno, mi affaticavo per il progresso della scienza e il bene

del prossimo.

Ma accadde che le mie ricerche scientifiche, decisamente ori-

entate verso il mistico e il trascendente, venissero a confluire

con le riflessioni che ho detto, gettando una viva luce su que-

sta coscienza d’una guerra perenne di me con me stesso. 

 

l'indivisibilita del bene dal male


Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque 

gradualmente avvicinandomi a quella verità la cui parziale

scoperta m’ha poi condannato a un così tremendo naufragio:

l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.

E dico due, perché le mie conoscenze non sono giunte oltre.

Altri seguiranno, altri porteranno avanti queste ricerche, e

non è da escludere che l’uomo, in ultima analisi possa rive-

larsi una mera associazione di soggetti diversi, incongrui e

indipendenti.

Io da parte mia, per la natura della mia vita, ho avanzato

infallibilmente in una sola direzione.

E’ stato dal lato morale, e sulla mia stessa persona, che ho

imparato a riconoscere la fondamentale e originaria duali-

tà dell’uomo.

 

l'indivisibilita del bene dal male


Considerando le due nature che si contendevano il campo

della mia coscienza, capii che se potevo dire, con altrettan-

ta verità, di essere l’una come di essere l’altra, era proprio

perché si trattava di due nature distinte; e molto presto, ben

prima che le mie ricerche scientifiche mi facessero lontana-

mente balenare la possibilità di una tale miracolo, appresi a

indugiare con piacere, come in un caro sogno a occhi aperti,

sul pensiero di una separazione dei due elementi.

Se questi, mi dicevo, potessero incarnarsi in due identità se-

parate, la vita diventerebbe molto più sopportabile.

L’ingiusto se ne andrebbe per la sua strada, libero dalle aspi-

razioni e dai rimorsi del suo più austero gemello; e il giusto

potrebbe continuare sicuro e volenteroso nel retto cammino

di cui si compiace, senza più doversi caricare di vergogne e

rimorsi per la colpa del suo malvagio associato.

E’ una maledizione per l’umanità, pensavo, che queste due

incongrue metà si trovino così legate, che questi due gemel-

li nemici debbano continuare a lottare così, nel fondo di una

sola e angosciata coscienza.

Ma come fare per dividerli?

(Prosegue in Pagine di Storia)

(R. L. Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde)




 

 

l'indivisibilita del bene dal male

     

LA PESTE

Prosegue in:

la peste 2 &

Dialoghi con Pietro Autier 2 &

gli occhi di Atget

Foto del blog:

una

fotografia

Da:

i miei libri


 

la peste

 

 




Da questo momento in poi si può dire che la peste fu cosa nostra,

di tutti.

Sino a qui, nonostante lo stupore e l’inquietudine suscitati da quei

singolari avvenimenti, ciascuno dei nostri concittadini aveva pro-

seguito le sue occupazioni, come gli era stato possibile, al suo solito

posto.

E certamente questo doveva continuare; ma una volta chiuse le

porte, si accorsero di essere tutti, e anche lo stesso narratore, pre-

si nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela. 

 

la peste


….Dopo alcuni giorni, quando fu chiaro che nessuno sarebbe riuscito

a evadere dalla nostra città, si ebbe l’idea di domandare se il ritorno

di quelli che erano partiti prima dell’epidemia poteva essere autoriz-

zato.

Dopo essersi presa alcuni giorni per riflettere, la prefettura rispose

in senso affermativo; ma precisò che i rimpatriati non avrebbero po-

tuto, in nessun caso, lasciare di nuovo la città, e che, s’erano liberi

di tornare, non lo sarebbero stati di andarsene. 

 

la peste

 

E qui alcune famiglie, rare d’altronde, presero la situazione alla

leggera, e sacrificando ogni prudenza al loro desiderio di rivedere

i congiunti, invitarono questi ultimi ad approfittare dell’occasione.

Ma in gran fretta quelli ch’erano prigionieri della peste capirono

il pericolo a cui avrebbero esposto i parenti e si rassegnarono a

sopportare la separazione.

…..In altre circostanze, d’altronde i nostri concittadini avrebbero

trovato una soluzione in una vita più superficiale e più attiva;

ma nello stesso tempo la peste li lasciava oziosi, ridotti a girare

in tondo nella loro tetra città e abbandonati, di giorno in giorno,

agli ingannevoli giochi del ricordo. 

 

la peste


Nelle loro passeggiate senza scopo erano tratti a passare sempre

per le stesse strade, e nella maggior parte dei casi, in una città pic-

cola come la nostra, le strade erano precisamente quelle che in al-

tri tempi avevano percorso con l’assente.

(A. Camus, La peste)



 

 

la peste