I FORZATI DEL RE 2

E a questo, per indurli a dire ciò che voleva, aggiunse tali cose e così garbati

argomenti che l’altra guardia a cavallo gli disse: – Quantunque noi portiamo

qui il registro e l’atto della sentenza di questi sciagurati, non è questo il

momento di perder tempo a tirarli fuori per leggerli: la signoria vostra si

avvicini pure e la chieda a loro, ed essi gliela diranno, se vogliono, e lo

vorranno certamente, perché è gente che ci gode un mondo a dire e a

fare ribalderie.

Con tale autorizzazione, che don Chisciotte si sarebbe preso anche se non

gliel’avessero data, si avvicinò alla catena e chiese al primo per quali colpe

s’era ridotto a quello stato. E quello gli rispose che si trovava così perché

era innamorato.

– Soltanto per questo? replicò don Chisciotte. Allora si gettano in galera gli

innamorati, è un bel pezzo che io dovrei starvi a remare.

– No è il genere d’amore che pensa la signoria vostra, disse il galeotto; il mio

fu che desideravo tanto una cesta da bucato, con tutta una pila di biancheria

sopra, che l’abbracciai stretta e se non me l’avesse tolta a viva forza la giustizia,

di mia volontà a quest’ora non l’avrei lasciata.

Fui colto in flagrante, non ci fu bisogno di tortura; si concluse la causa, mi

diedero cento spolverate sulle spalle e per giunta tre esatti di gurapa, e

festa finita.

– Che cos’è la gurapa? domandò don Chisciotte.

– La gurapa è la galera, rispose il galeotto.

Era questi un giovane che poteva avere ventiquattro anni, e disse che era

nativo di Piedrahita. Don Chisciotte fece la stessa domanda al secondo, che

non rispose neanche una parola, tanto era triste e malinconico; ma rispose

per lui il primo: – Costui, signore, è qui perché è canarino, voglio dire,

maestro di musica e cantore.

– E che? ribatté don Chisciotte. Si può andare a finire alle galere se si è

musici e cantori?

– Sissignore, rispose il galeotto, perché non c’è nulla di peggio che cantare

fra le pene.

– Io invece ho sentito dire, disse don Chisciotte che chi canta scaccia la pena.

– Qui è il contrario, disse il galeotto; chi canta una volta, piange per tutta la

vita.

– Non capisco, disse don Chisciotte.

Ma una delle guardie gli disse:

– Signor cavaliere, cantare fra le pene si dice, fra questa gente non santa,

confessare sotto la tortura. Questo peccatore lo torturano e confessò il suo

delitto, che era di albigeo,  e per aver confessato lo condannarono a sei anni

di galera, oltre a duecento frustate che ha già ricevuto sulle spalle; e sta

sempre triste e pensoso perché gli altri furfanti che son rimasti laggiù e

quelli che son qua lo maltrattano, lo umiliano e lo scherniscono, e lo

considerano da poco, perché ha confessato, per non avere avuto il

coraggio di dire no.

(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia)

 

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SULLE SCOGLIERE DI MARMO 2

Da molti altri eventi ancora il decadimento si dimostrava.

Essi erano simili alla eruzione, che appare e scompare e ritorna; e vi

erano anche giorni sereni, nei quali tutto appariva come una volta.

La magistrale arte del Forestaro si dimostrava appunto nel somministrare

il terrore a piccole dosi, accresciute a poco a poco, allo scopo di produrre

una paralisi delle forze che gli si opponevano.

Egli assumeva la parte della forza ordinatrice, in questi torbidi, che assai 

finemente tramava nei suoi boschi; e mentre i suoi agenti minori, entrati

a far parte delle leghe della Campagna, aiutavano il diffondersi dell’anarchia,

gli iniziati s’introducevano negli impieghi, nella magistratura e persino nel

clero, e vi erano stimati spiriti forti, capaci di dominare la plebaglia.

Così il Forestaro agiva al modo di un cattivo medico, che aggrava il male

per trarre dal malato gli sperati guadagni.

Fra i magistrati vi era senza dubbio chi vedeva chiaro nel gioco, ma non aveva

potere sufficiente a impedirlo.

La Marina aveva sempre assoldate truppe straniere, e queste avevano fatto buon

servizio ai tempi dell’ordine.

Ma quando la discordia giunse sino alla riviera, ogni fazione cercò di guadagnarsi

le soldatesche, e Biedenhorn, il loro capo, da un giorno all’altro assunse

importanza.

Egli non poteva esser disposto a mutare una situazione che gli era tanto

favorevole; e piuttosto cominciò a fare il difficile e distribuì le truppe

parcamente come un avaro che presti denaro a usura.

Egli si era asserragliato in una vecchia fortezza, la Bastia, assieme alle sue

truppe, e là viveva come un topo nel lardo.

Nel sotterraneo della grande torre aveva collocato una bevitoria, ov’egli

se la passava, banchettando al sicuro fra quelle mura.

Ai vetri colorati delle finestre si poteva scorgere dipinta la sua arma,

due corni con sopra di essi il motto: “BENVENUTO A TE. BEVI CON ME”.

(E. Junger, Sulle scogliere di marmo, Guanda)

                                          

 

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SULLE SCOGLIERE DI MARMO

 

Nei buoni tempi si era badato appena, e con ragione, a liti e contrasti

che avvenivano nella Campagna, poiché di consimili se ne producono

ovunque sono pastori e pascoli.

A ogni primavera si rinnovavano i litigi circa l’appartenenza del bestiame

non ancora marchiato, e quando cominciava la siccità si ripetevano le risse

presso i pozzi e presso le sorgenti.

Inoltre i grossi tori, che avevano anelli alle narici e la cui immagine turbava

ansiosamente i sogni delle donne alla Marina, penetravano in mandrie

straniere cacciandoli sin presso alle Scogliere di Marmo, a cui piedi si

vedevano sbiancare corna e scheletri.

Il popolo dei pastori era insomma selvaggio ancora e non ammansito.

La tradizione del mestiere passava di padre in figlio sin dall’inizio, e

quando essi sedevano cencìosi in cerchio attorno al loro fuoco, con in

pugno le armi primitive che la Natura (…..) stessa offre, appariva evidente

quanto si distinguessero dal popolo che su declivi collinosi coltiva la vigna.

Essi vivevano come nei tempi quando non si conosceva ancora l’aratro né

il telaio e neppure la casa, e bastava un ricovero provvisorio sulla via percorsa

dai greggi.

Al modo di vivere corrispondevano anche i loro costumi e un rozzo sentimento

del giusto e dell’equo, formatosi interamente secondo la legge del taglione.

Quindi ogni omicidio ed ogni violazione era principio di una lunga catena di

vendette e vi erano guerriglie di fazioni o famiglie, per cui di anno in anno

veniva versato nuovo sangue, benché l’origine prima del contrasto fosse da

gran tempo scordata (anzi non la si conosceva neppure).

I giuristi della Marina usavano indicare come ‘ casi della Campagna’ l’insulsa

e grossolana delinquenza quindi proposta al loro giudizio, né invitavano i 

pastori a comparire al Foro, ma inviarono invece commissari in quelle regioni.

In altri dipartimenti la giustizia era amministrata dai fattori dei magnati e dei

feudatari, che avevano dimora in grandi, castelli; e vi erano anche famiglie di 

pastori liberi, assai ricche di beni, come i Batak e i Belovar.

(E. Junger, Sulle scogliere di marmo, Guanda)

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UN BIVACCO DI MORTI 2

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A un centinaio di metri di distanza dal retro dei vecchi terrapieni dei

Confederati si estende una collina boscosa.

Anni f non era boscosa.

Tra gli alberi e i cespugli ci sono file di lievi avvallameni, che possono

essere scoperti spostando le foglie cadute dagli alberi.

Da alcuni di loro si possono sollevare (e rispettosamente riporre) piccole

lastre sottili ricavate dalla pietra scheggiata tipica della regione, che recano

delle iscrizioni rudimentali ed evasive composte dai compagni dei defunti.

Ne ho trovata solo una che riportava una data, e solo una che riportava per

esteso il nome del soldato e del reggimento.

In tutto ne sono state rinvenute otto.

In queste tombe dimenticate riposano i morti Confederati, tra gli 80 e i 100,

per quel che si riesce a vedere.

Alcuni caddero in battaglia; la maggioranza morì di malattia.

A quanto pare due, solo due, sono stati riesumati per essere sepolti a casa 

loro.

Questo camposanto è così trascurato e negletto che solo il proprietario della 

fattoria sul quale sorge -il vecchio direttore del Riposo dei Viandanti – sembra

essere a conoscenza della sua esistenza.

Le persone che vivono nel raggio di un chilometro e mezzo non ne hanno mai

sentito parlare. 

Eppure, devono essere ancora vivi gli uomini che hanno contribuito a seppellire

questi soldati del Sud e che potrebbero  identificare delle tombe.

C’è qualcuno del Nord o del Sud, disposto ad accollarsi le spese necessarie per 

tributare a questi fratelli caduti l’onore di un sepolcro verde?

Si direbbe di no.

E’ vero che ci sono centinaia di posti del genere, rintracciabili sulla scia della

Guerra Civile.

Tanto più forte riecheggia la muta domanda, il silenzioso appello rivolto

da questi fratelli caduti a ciò che ‘di più simile a Dio serbiamo nell’anima’.

Erano nemici onesti e coraggiosi, che avevano poco in comune con i politici

scellerati che li avevano convinti ad andare incontro alla rovina e gli

scrittoroculi, falsi testimoni del loro tempo. 

Non erano sopravvissuti al periodo del conflitto nobile per ritrovarsi nel

periodo della degradazione ; non erano passati dall’età del ferro a quella 

del bronzo; dell’era della spada a quella della lingua e della penna.

Tra loro non figura nessun membro della Società Storica del Sud.

Il loro coraggio non aveva nulla a che fare con la furia dei non combattenti;

la loro voce non risuona tra gli strali dei civili schiamazzanti.

Non sono stati loro a infangare la dignità e il pathos infinito della Causa

Persa.

Concedete loro, a questi gentiluomini irreprensibili, la parte legittima di 

tutto lo splendore che rivive sulla catena delle colline estive.

1903

( A. Bierce, I racconti di guerra, Fanucci ed.)

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UN BIVACCO DI MORTI

Lassù, nel cuore degli Allegheny, nella contea di Pocahontas, nella Virginia

occidentale, si estende una piccola valle amena attraversata dalla

biforcazione orientale del fiume Grenbrier.

Nel punto in cui la carregiata che scende lungo la valle incrocia la

vecchia strada di Staunton e Parkersburg, via di grande traffico ai

suoi tempi d’oro, sorge un ufficio postale collocato all’interno di una

fattoria.

Il posto si chiama Il riposo dei viandanti, poiché un tempo era una

taverna.

Sulle cime di alcune collinnette a un tiro di schioppo dalla casa ci sono

delle lunghe linee di vecchie fortificazioni dei Confederati, progettate

con perizia e conservate così bene che basterebbe un’ora di lavoro di

una brigata per rimetterle in sesto per la prossima guerra civile.

In questo posto ebbe luogo una battaglia, o meglio, quella che venne

definita una battaglia agli inizi della grande ribellione.

Una brigata di truppe federali, tra le quali era compreso il reggimento di

chi scrive, giunse sul monte Cheat, a una ventina di chilometri più a ovest

e, serrando i ranghi intorno alla piccola valle, saggiò per tutto il giorno la

forza del nemico, mentre il nemico saggiava la sua.

Ci fu uno scontro spietato a suon di cannoni in cui, in entrambi gli

schieramenti, perì una dozzina di soldati; poi, avendo trovato il posto

troppo resistente agli assalti, i Federali dichiararono la faccenda una

ricognizione in forze e, dopo aver seppellito i morti, si ritirarono nel

luogo più confortevole dal quale erano venuti.

I morti giacciono ora nel bel cimitero nazionale di Grafton, debitamente

registrati, perlomeno quelli di loro che erano stati identificati, e sono

stati raggiunti da altri morti federali, raccolti nei diversi accampamenti

e campi di battaglia della Virginia occidentale.

Il soldato caduto ( a quanto pare, il termine ‘eroe’ è stato coniato in seguito)

gode di umili onori che è possibile tributargli.

                               Di tutto lo splendore che rivive

                               sulla catena delle colline estive,

                               il verde sepolcro sol lo consola.

In realtà più della metà dei sepolcri verdi del cimitero di Grafton è contrassegnata

dalla scritta ‘Ignoto’, e talvolta capita di soffermarsi sulla contraddizione insita

nell’espressione ‘onorare la memoria’ di qualcuno di cui non è rimasta nessuna

memoria da onorare; ma ciò non sembra aver recato grossi danni ai vivi, nemmeno

a quelli razionali.

(A. Bierce, I racconti di guerra, Fanucci ed.)

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NIENTE E COSI’ SIA

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Sai quando dormi e sogni in una casa che brucia, oppure inseguito

da un assassino che sta per agguantarti.

La tua angoscia è reale, il tuo terrore è reale: soffri, mugoli, scalci.

Ma poi ti svegli, e t’accorgi di giacere nel tuo letto, fra le tue cose,

al sicuro: la casa non brucia, l’assassino non t’insegue, esisteva tutto

nella fantasia e di essa non ti rimane che un po’ di sudore sopra il

viso.

Il passaggio da un paese in guerra a un paese senza guerra è così.

Lasciai Saigon e finché voli sopra le nubi continui a vedere cadaveri,

carri armati, fiamme, tragedie: ma quando l’aereo s’ abbassa su Roma

o Parigi o New York, rientri nel tuo paesaggio, ti sembra d’aver sognato.

Dove sono i cadaveri, i carri armati, le fiamme?

In nessun luogo: esistevano solo nella tua fantasia.

E questo zaino allora?

Questo elmetto che il doganiere sta esaminando con le valigie?

Niente, è il sudore rimasto sul tuo viso: presto asciugherà insieme

alle buone intenzioni, alla buona coscienza.

Dev’esser per questo sai, che la gente accetta la guerra.

Da lontano, la gente non ci crede: non si rende conto che esista.

E comunque ciò accade con me, quando me ne allontanai.

Per qualche tempo non ci credetti più non mi resi conto che

esistesse.

(O. Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli)

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LE CASSETTE

Poi il sorvegliante ci spostò in un nuovo corridoio.

In quell’altro c’eravamo stati dieci ore.

– Prima di cominciare, disse il capo, voglio dirvi una cosa. Ogni cassetta

di questa posta dev’essere smistata in 23 minuti.

Questi sono i tempi di produzione. Ora, tanto per divertirci un po’,

vediamo chi riesce a tenere i tempi di produzione!

Uno, due, tre,…VIA! Vediamo quanti ne sca…

Che cazzo di storia è questa? pensai. Sono stanco.

Ogni cassetta era lunga sessanta centimetri. Ma la quantità di lettere

variava da una cassetta all’altra. Certe cassette contenevano il doppio

o il triplo di posta delle altre, dipendeva dalle dimensioni delle lettere.

Ci fu un gran roteare di braccia. Cose mai viste! Paura di vomitare.

Io me la presi comoda.

– Quando finite la prima cassetta, prendetene un’altra!

Ce la mettevano proprio tutta. Poi saltavano su e prendevano un’altra

cassetta. 

Io li guardavo, mentre loro pensavano guardare me dall’alto dello sgabello.

Il vomito talvolta prendeva lo stomaco.

Il sorvegliante mi arrivò alle spalle.

– Ora, disse, puntando il dito, quest’uomo sta tenendo i tempi di produzione.

E’ a metà della seconda cassetta!

Era la prima cassetta della mia vita.

Non capivo che tipo di produzione si riferiva, ma visto che continuava me la

presi comoda…e lo guardai ancora.

(C. Bukowski, Post Office, Guanda)

 

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L’AMMONIZIONE E LA LETTERA (la loro democrazia)

 

Voleva vedere che cosa avrei fatto del berretto (quel berretto

come la cacata del mio cane era tutto ciò che gli rimaneva…per il

senso e dovere della loro democrazia).

Lo tenni un po’ sulla corda.

Poi mi tolsi il berretto e lo misi sopra il casellario.

Stone arrivò di corsa con l’ammonizione.

Non la lessi.

La buttai nel cestino, lasciai il berretto dov’era e continuai

a infilare le lettere nelle caselle.

Sentivo la macchina da scrivere di Stone, urla ordini al telefono e

al computer. I tasti avevano un suono arrabbiato. 

Chissà come ha fatto a imparare a scrivere a macchina?

( alla scuola del partito ..ma quale partito?) pensai.

Arrivò di corsa. 

Mi porse un’altra ammonizione.

Lo guardai (beata ignoranza, ci casca sempre).

– Non è necessario che la legga. So già che cosa dice (sempre lo stesso ave..).

Dice che non ho letto la prima lettera di ammonizione.

Buttai la seconda lettera di ammonizione nel cestino.

Stone tornò di corsa con il telefonino in mano, alla sua macchina da scrivere.

Mi tese una terza lettera di ammonizione.

– Senta, dissi, lo so che cosa dicono le sue paginette, queste ammonizioni.

– Ma deve aver sbagliato persona.

(C. Bukowski, Post Office, Guanda)

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L’INQUISITORE E IL POSTINO

Il potere totalitario oppressore è il suo Dio (con lui anche ex nazisti);

il modello che egli ha dell’ordine è la simmetria delle croci in un cimitero.

In tale simmetria si incasella, lui stesso, senza discutere: non può immaginare

nulla di nuovo o di diverso.

Il nuovo e il diverso lo spaventano.

Devoto quanto un prete a sistemi già collaudati, divinizza i regolamenti e vi

obbedisce (anche nella ragione di stato contro i suoi fedeli amici) nel modo

in cui obbedisce ai banali canoni dell’eleganza: abito blu, camicia bianca,

cravatta blu.

Il vero inquisitore è un uomo lugubre.

Filosoficamente è il vero fascista assommato al nazista, privo di colore

che serve tutti i fascismi ( e ne diventa docile strumento), tutti i totalitarismi,

tutti i regimi purché servano a mettere gli uomini in fila come croci in un

cimitero.

Lo trovi ovunque vi sia un’ideologia, un principio assoluto, una dottrina

che proibisca all’individuo di essere se stesso.

L’inquisitore si dichiara idealista ma odia gli ideali.

Ha uffici in ogni contrada della Terra, capitoli in ogni volume di storia,

ieri serviva i tribunali dell’Inquisizione cattolica (a caccia di cani!) e del

terzo Reich, oggi serve la caccia alle streghe delle tirannie orientali e

occidentali, di destra e di sinistra.

Egli è eterno, onnipresente, immortale.

E mai umano.

Forse si innamora, all’occorrenza piange e soffre come noi, forse ha

un’anima.

Ma, se ce l’ha giace dentro una tomba così profonda che per disseppellirla

ci vorrebbe un bulldozer, o un trattore.

(Oriana Fallaci, Un Uomo, Rizzoli)

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